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Il trallalero di Genova: le cinque voci dei caruggi e del porto

Il trallalero, canto polifonico a cinque voci cresciuto fra le osterie e i caruggi di Genova: storia, origini popolari e dove ascoltarlo ancora oggi.

1 Ottobre 2026 · 10 min lettura
Tre cantori della Compagnia di Trallalero sul palco del Rudolstadt Festival 2017
Carstor, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

All’alba, nel porto di Genova, il rumore è una materia a parte. Il ferro delle gru che si sposta, il ringhio dei camion sulle banchine, una sirena lontana, il grido secco di un gabbiano sopra un molo. Sotto, come un basso continuo, l’odore di salsedine, di gasolio, di corde bagnate. È un paesaggio sonoro che non somiglia a nessun altro, e per generazioni è stato la colonna sonora di uomini che al lavoro sapevano dare anche una voce.

Quella voce, a Genova, ha un nome che sembra uno scioglilingua: trallalero. Non è un canto da cartolina e non nasce nei salotti. È un canto di gola, di petto e di fiato, costruito da cinque voci maschili senza alcun accompagnamento strumentale, dove ciascuno fa la sua parte e nessuno, da solo, somiglia a una canzone. Si capisce soltanto insieme. Un po’ come il porto.

Questo articolo racconta da dove viene, come funziona, e soprattutto dove potete ancora ascoltarlo oggi, in una città che lo ha visto al suo apice nei primi decenni del Novecento e non ha mai smesso di riconoscerlo come suo.

Che cos’è il trallalero, e perché non somiglia a nient’altro

Il trallalero è un canto polifonico a cinque voci, tipico di Genova e del suo entroterra immediato. Si esegue a cappella, cioè senza strumenti, e la sua peculiarità sta nel modo in cui le voci sono distribuite. C’è chi regge la melodia principale, chi la orna e la sostiene, e soprattutto c’è chi, con la voce, fa il lavoro di uno strumento.

Tre cantori della Compagnia di Trallalero e un musicista con il suo strumento sul palco del Rudolstadt Festival 2017; il cantore a destra ha la mano davanti alla bocca
Cantori della Compagnia di Trallalero al Rudolstadt Festival del 2017: a destra, la mano davanti alla bocca, il gesto con cui si canta la «chitarra».
Carstor, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Le cinque parti hanno nomi che in città si tramandano da generazioni. Il tenore, in genovese o primmo («il primo»), è la voce che intona il canto e gli dà la tonalità. Il contralto lavora in alto, con un timbro di falsetto molto caratteristico, un suono chiaro e quasi sospeso che, insieme a quello del tenore, è uno dei tratti più riconoscibili del genere. Il baritono, detto controbasso, tiene costante il ritmo insieme alla chitarra, la voce che imita uno strumento a corde pizzicato cantando con il dorso della mano davanti alla bocca. Infine i bassi, sempre più d’uno e all’unisono, danno il tappeto scuro su cui tutto il resto si appoggia.

Il risultato è un suono denso, a tratti quasi ruvido, che pure deve molto all’opera: gli studiosi parlano di «bel canto popolare». Non cerca di commuovere con la dolcezza. Cerca di far vibrare l’aria di un vicolo. Chi lo sente per la prima volta dal vivo, in uno spazio piccolo, di solito resta zitto per qualche secondo dopo l’ultimo accordo.

Le origini popolari: banchine, osterie e vicoli

Le radici del trallalero sono popolari e cittadine. Gli studiosi che se ne sono occupati tendono a collocarne la nascita e il consolidamento nella Genova dell’Ottocento: per Mauro Balma e Giuliano d’Angiolini è una «creazione moderna», che affonda le radici nello stile di canto corale che Genova condivideva con le valli intorno e nelle bujasche, i canti d’osteria di Bogli, in provincia di Piacenza. Canterini nati all’inizio del Novecento ricordavano di averlo imparato da anziani che lo cantavano già da giovani, quindi almeno dalla metà dell’Ottocento. Sulle origini precise le ricostruzioni restano in parte discusse, come accade per molte tradizioni orali: di certo c’è il terreno sociale in cui il canto è cresciuto, meno certi sono i dettagli dei suoi primi anni.

Panni stesi e persiane verdi fra le case alte di un caruggio di Genova, visti dal basso
Panni stesi in un caruggio: il trallalero è un canto urbano, cresciuto fra i vicoli di Genova.
Ralf Steinberger, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Quel terreno era l’osteria, un ambiente conviviale che le donne non frequentavano. La disposizione in cerchio dei cantori viene con ogni probabilità da quella attorno a un tavolo, necessaria per guardarsi e seguire il movimento delle labbra. Nel Novecento a cantarlo erano anche i lavoratori del porto: nel 1954 Alan Lomax, con Diego Carpitella, registrò squadre di scaricatori genovesi al Ritrovo dei Facchini e al Bar Tugni, e definì quei canterini «i coristi più perfetti dell’Europa occidentale». Le squadre portano spesso il nome del loro quartiere o della loro valle, da Quarto a Sturla, dalla Valbisagno alla Valpolcevera, e negli anni del fascismo si sfidarono anche in gare e concorsi, con quel misto di rivalità bonaria e orgoglio campanilistico che a Genova non è mai mancato.

Un tratto curioso, che vale la pena ricordare, è che il trallalero non è propriamente un canto «di lavoro» nel senso stretto, cioè un canto per scandire una fatica fisica come i work songs d’oltreoceano. È piuttosto un canto di svago, senza altra funzione che quella del gioco e della compagnia. E non è nemmeno un canto marinaro: secondo Balma nessun trallalero è mai stato cantato su un veliero o su un «vapore», se non per ragioni folkloristiche a posteriori. L’immagine del trallalero «marinaro» e «nostalgico» nasce negli anni Venti, con le canzoni d’autore in genovese scritte sul modello di quelle napoletane.

Se volete capire davvero in che mondo nasce, il modo migliore è camminare nel centro storico di Genova in una sera d’inverno, quando i caruggi si stringono e ogni angolo sembra fatto apposta per far rimbalzare una voce. La città vecchia, fatta di pietra, di strettoie e di volte, è il mondo del trallalero: Balma lo descrive come un canto urbano, radicato nel centro storico, che da Genova si è poi diffuso nelle valli delle Quattro Province, fra Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia.

Il repertorio: dall’opera alla canzone genovese

Il repertorio del trallalero è vario. Ci sono brani della tradizione popolare, arie d’opera adattate alle cinque voci con una libertà tutta genovese, canzoni d’autore in genovese entrate nel canto di squadra dagli anni Venti, e poi canzoni leggere arrivate con i dischi e la radio. L’opera i canterini la conoscevano dai loggioni dei teatri minori: Balma ha ritrovato in una registrazione di trallalero del 1931 un’aria del Marin Faliero di Donizetti, un’opera rappresentata a Genova solo un paio di volte nell’Ottocento.

Il porto di Genova al tramonto con le gru e le navi ormeggiate
Il porto come paesaggio sonoro: ferro, sirene e, una volta, anche voci.

Jeanblot73, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Quello che colpisce, ascoltando con attenzione, è il rapporto con il dialetto, meno scontato di quanto sembri. I trallaleri più antichi sono arrivati quasi sempre anonimi e con il testo in italiano; quelli in genovese sono pochi e probabilmente più recenti. Le parole venivano prese qua e là da canzoni più lunghe, ridotte e intercalate con sillabe come la-la-la: da qui anche il nome del genere, dalle sillabe tra-la-le-ro su cui si cantano intere sezioni dei brani. Il genovese è entrato nel repertorio soprattutto con le canzoni d’autore del Novecento.

Il trallalero dialoga poi, in modo naturale, con il resto della tradizione musicale genovese e ligure. Chi ha familiarità con la canzone d’autore della città ritroverà nel suo modo di cantare il mare e i vicoli una sorta di parentela lontana, quella stessa attenzione agli ultimi, ai porti, alle strade che Fabrizio De André avrebbe portato in tutt’Italia con Crêuza de mä, album del 1984 in dialetto genovese che è, a suo modo, un atlante sonoro del Mediterraneo. Il trallalero non è De André, e non sarebbe giusto ridurlo a un antefatto: ma è dalla stessa terra che vengono entrambi. E i due mondi si sono incontrati: il Gruppo Spontaneo Trallalero ha inciso una versione a squadra di Dolcenera di De André.

Il mare dei genovesi: un canto che non è un museo

C’è un errore in cui è facile cadere quando si parla di tradizioni popolari: trattarle come reperti. Il trallalero, per fortuna, resiste a questa operazione perché continua a essere praticato. Esistono ancora squadre e compagnie che lo cantano, in città e nelle vallate vicine, e c’è un lavoro costante di trasmissione che passa dai vecchi ai giovani, non senza fatica.

L’attenzione è arrivata anche dalle istituzioni. Nel 2015 l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) ha dedicato al trallalero alcune schede del suo inventario del patrimonio culturale immateriale, documentate con le registrazioni video dei canterini. È un segnale importante, ma va letto per quello che è: un aiuto, non un sostituto. Una tradizione orale vive solo finché qualcuno la canta.

E a Genova qualcuno la canta ancora, magari con meno pubblico di un tempo e con una consapevolezza nuova. Nelle squadre di oggi, accanto ai canterini, è passata anche qualche voce femminile di contralto, come quella di Laura Parodi. Ma il gesto è lo stesso: mettersi in cerchio, ascoltarsi, trovare l’accordo senza uno strumento che lo suggerisca. C’è, in questo, una lezione di convivenza che una città portuale conosce bene.

Per chi è genovese, il trallalero è un pezzo della storia della città; per chi arriva da fuori è una scoperta. In entrambi i casi, vale la pena cercarlo dal vivo: la registrazione dà un’idea, ma l’effetto fisico di cinque voci che riempiono una stanza non si rende con nessun altoparlante.

Dove ascoltare il trallalero oggi a Genova

Qui conviene essere franchi. Il trallalero non ha un teatro fisso con un cartellone quotidiano come un’opera o un concerto di musica leggera. Vive di esibizioni nelle feste di paese, nelle chiese e negli oratori, nelle società di mutuo soccorso e nei circoli, nelle rassegne di musica popolare, nelle serate organizzate da associazioni culturali e squadre di canto, e di tanto in tanto nelle piazze e nei teatri della città. Il calendario cambia di stagione in stagione, e per questo il consiglio più onesto è di verificare prima di muoversi.

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Museo / Attrazione · Porto Antico
Calata De Mari 1, Genova
Il più grande museo marittimo del Mediterraneo, dedicato alla storia marinara di Genova. Aperto nel 2004, si sviluppa su cinque livelli e 31 sale.
Il Galata Museo del Mare nel Porto Antico di Genova
Il Galata, nel Porto Antico, racconta il rapporto profondo fra Genova e il mare.

ElisabettaCastellano, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Alcuni punti di partenza utili:

  • Le rassegne di musica e cultura popolare: a Genova c’è Le Vie dei Canti, festival itinerante di musica di tradizione orale organizzato dall’Associazione Culturale Gruppo Spontaneo Trallalero. Controllate i programmi degli eventi cittadini sulla nostra pagina eventi di Genova, dove pubblichiamo concerti e spettacoli in città.
  • Le feste di paese: le schede dell’ICCD documentano, per la festa del patrono di Sant’Olcese, una giornata di canto all’Antica Osteria Cabella con i Giovani Canterini di Sant’Olcese e molti canterini di altre squadre. È il contesto più autentico, con un pubblico di vicini e famiglie.
  • Le associazioni e i circoli culturali: alcune squadre hanno un proprio sito con il calendario dei concerti, come i Canterini Val Bisagno. Chiedere a un locale del centro storico o a un circolo di quartiere è, spesso, il modo più rapido per trovare l’indirizzo giusto.
  • Il Galata Museo del Mare: nel Porto Antico, dedicato alla storia marinara di Genova, racconta la storia delle imbarcazioni dal porto genovese del Quattrocento all’età contemporanea, e un suo percorso segue il viaggio degli italiani che emigravano in America alla fine dell’Ottocento. Vale la pena informarsi sulle iniziative in programma.

Una cosa da sapere: se capitate a Genova e non trovate un evento in programma, non disperate. Soprattutto dopo i concerti con più squadre, capita spesso che canterini di provenienze diverse si riuniscano in cerchi improvvisati, gli arrecogeiti («raccogliticci»), e cantino senza cartellone, ognuno con la sua cadenza. È il fuori programma più prezioso che una città possa regalare, ma non si può prenotare.

Consigli pratici per una serata di trallalero

Per vivere bene l’esperienza, qualche indicazione di buon senso aiuta.

Verificate sempre date e luoghi. Gli eventi cambiano e le compagnie non hanno sempre canali di comunicazione strutturati. Un controllo il giorno prima, sul programma cittadino o chiedendo in loco, evita delusioni.

Scegliete uno spazio raccolto. Il trallalero rende al meglio in ambienti piccoli, dove le cinque voci possono riempire lo spazio senza amplificazione. Una cantina, una sala di circolo, una piazzetta tra i caruggi valgono più di un grande palco.

Arrivate con un po’ di tempo. Il centro storico si percorre a piedi e i vicoli si prestano a perdersi. Lasciatevi un margine e approfittatene per camminare: il trallalero si capisce meglio dopo aver visto dove è nato.

Ascoltate in silenzio almeno un brano. Lo dico senza retorica: la polifonia a cinque voci ha bisogno di attenzione. Dopo il primo pezzo capirete da soli se volete cantare a bassa voce o restare immobili.

Chiedete, parlate con i cantori. Molti sono felici di raccontare la storia della loro compagnia, il significato di un brano, il modo in cui si imparano le parti. Se ne esce con molto più di un pomeriggio di musica.

Una città che canta come lavora: insieme

Il trallalero ha una caratteristica che non si trova nei manuali ma che chiunque lo abbia ascoltato dal vivo riconosce: nessuna voce vince. Il contralto, con il suo falsetto, è la parte più appariscente, ma senza la chitarra e il baritono che tengono il ritmo il canto crolla. Il primo intona, ma se gli altri non lo seguono resta solo. È una piccola architettura di dipendenze reciproche, costruita senza spartiti e tramandata a voce.

È difficile non leggerci qualcosa di Genova. Una città che per secoli ha campato di commercio e di mare sapeva che nessuno da solo porta un carico e nessuno da solo governa una nave. Il suo canto più caratteristico dice la stessa cosa con altri mezzi: si sta in piedi insieme, oppure non si sta.

Per questo consigliamo, a chi viene a Genova per il mare, di fermarsi anche ad ascoltarne le voci. Il Porto Antico, le passeggiate sul lungomare, il porto che si sveglia all’alba sono il lato visibile della città marinara. Il trallalero ne è il lato udibile, e forse il più intimo.

Se Genova vi sta chiamando, noi siamo qui. Le dimore di genovabb.it si trovano nel cuore della città, a pochi passi dal Porto Antico e dai vicoli in cui queste voci sono nate: un modo per viverla da dentro, con il tempo di cercare la serata giusta. Quando siete pronti, potete prenotare il vostro soggiorno e lasciarvi guidare dal suono.

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