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Storia · Gh'ea 'na Vòtta

Le Torri Medievali di Genova: Quando i Caruggi Erano una Foresta di Pietra

Nel Medioevo Genova non aveva cupole barocche, ma una selva di oltre sessanta torri altissime. Storia di una Manhattan di pietra tra guerre civili e corsari.

19 Giugno 2026 · 8 min lettura
Tramonto sui tetti del centro storico medievale di Genova
Photo by paola capelletto on Unsplash

Immaginate di arrivare a Genova dal mare. Non la Genova di oggi, stesa mollemente sulle colline con i suoi colori pastello, ma la Genova dell’anno Mille e Duecento. La Superba che si stava prendendo il Mediterraneo. Se aveste scrutato l’orizzonte dal ponte di una galea di ritorno da Costantinopoli o dalla Corsica, non avreste visto il profilo rassicurante dei campanili barocchi o l’elegante orizzonte dei palazzi rinascimentali. Avreste visto, letteralmente, una foresta di pietra. Una selva scura, densa e minacciosa di torri altissime che si contendevano disperatamente lo spazio vitale tra la collina e l’acqua.

Se c’è un’immagine che fatichiamo a sovrapporre alla città attuale, è proprio questa. Siamo abituati a pensare alle torri medievali associandole a borghi come San Gimignano o a città come Bologna. Eppure, nei secoli d’oro della Repubblica, Genova vantava un numero di torri private sbalorditivo: gli storici stimano che ce ne fossero oltre sessanta, forse addirittura un centinaio nel momento di massima espansione edilizia. Ogni famiglia nobile, ogni consorteria che contasse qualcosa nel feroce scacchiere politico cittadino, doveva avere la sua torre. Non era solo una questione di vanità, ma di pura, cruda sopravvivenza in una metropoli dove la guerra civile era un’abitudine quasi quotidiana.

Oggi, passeggiando per i vicoli, quella foresta sembra scomparsa. Ma la verità, come spesso accade in questa città che non butta via nulla e costruisce il nuovo aggrappandosi al vecchio, è che le torri non sono svanite. Sono state mozzate, inglobate, nascoste dietro facciate successive. Sono ancora lì, ossature di pietra calcarea silenziose, che reggono il peso dei secoli. Se sapete dove guardare, alzando gli occhi oltre i panni stesi e i cavi elettrici, potrete leggere in filigrana la mappa di una città verticale che per secoli ha vissuto con lo sguardo rivolto verso l’alto.

La corsa verso il cielo: perché costruire così in alto?

Per comprendere l’ossessione genovese per le torri, dovete calarvi nella particolare struttura sociale della città medievale. A Genova non esisteva un potere centrale forte e indiscusso. La città era un mosaico di “alberghi”, ovvero potenti clan familiari allargati (come i Doria, gli Spinola, i Fieschi, i Grimaldi) che controllavano interi quartieri. Ogni consorteria aveva la sua piazza, la sua chiesa gentilizia, i suoi portici e, inevitabilmente, la sua torre. Lo spazio tra il mare e i monti era già allora tiranno: non potendo espandersi in orizzontale, l’unica via per l’affermazione architettonica era la verticalità.

La Torre degli Embriaci, l'unica torre medievale privata sopravvissuta intatta nel centro storico di Genova.
La Torre degli Embriaci svetta ancora oggi sulla collina di Castello, risparmiata dai decreti di capitozzatura.

Superchilum, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La torre svolgeva una duplice funzione. Da un lato, era il manifesto di pietra del potere economico e politico della famiglia. Più alta era la torre, più navi possedeva il clan, più floridi erano i suoi fondachi nel Levante. Ma la funzione principale era squisitamente militare. I caruggi genovesi erano stretti e tortuosi non per caso, ma per precisa scelta difensiva: un vicolo stretto è facile da barricare. Durante le frequenti e sanguinose risse tra fazioni (Guelfi contro Ghibellini, Rampini contro Mascherati), la città si trasformava in un campo di battaglia urbano.

In questi frangenti, le famiglie si ritiravano nelle loro torri. Dai piani alti, che comunicavano tra loro tramite ponti di legno provvisori gettati sopra i tetti, piovevano pietre, pece bollente e dardi di balestra sui nemici intrappolati nei vicoli sottostanti. Le torri erano fortezze inespugnabili, prive di finestre ai piani inferiori, dotate di spessi muri a sacco e accessibili spesso solo tramite scale retrattili. Vivere a Genova in quel periodo significava abitare in un perenne stato di allerta, in una città che assomigliava più a un accampamento militare pietrificato che a un pacifico borgo mercantile.

Guglielmo Embriaco e la torre che sfidò il tempo

Se volete vedere con i vostri occhi l’aspetto che doveva avere questa foresta di pietra, c’è un luogo esatto dove dovete recarvi. Salendo dal Porto Antico verso la collina di Castello, il nucleo più antico della città, vi imbatterete nella Torre degli Embriaci. È l’unica torre privata di Genova arrivata fino a noi praticamente intatta, nella sua vertiginosa altezza originale di oltre quaranta metri. Slanciata, severa, coronata da una triplice cornice di archetti pensili e da merli guelfi, è un capolavoro di ingegneria medievale in blocchi di pietra di Promontorio.

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Monumento · Centro Storico
Piazza Sant’Elena, Genova
Sempre visibile dall’esterno
Gratuito
L’unica torre privata medievale conservata nella sua altezza originale. Visibile esternamente passeggiando per la collina di Castello.

Ma perché proprio questa torre è sopravvissuta alla furia del tempo e degli uomini? La risposta risiede nel mito del suo fondatore: Guglielmo Embriaco, detto “Testadimaglio”. Nel 1099, durante la Prima Crociata, questo condottiero genovese si rivelò decisivo per la conquista di Gerusalemme. Smontando le sue navi, costruì le torri d’assedio mobili che permisero ai crociati di superare le mura della Città Santa. Al suo ritorno, portò con sé un bottino immenso (incluso il celebre Sacro Catino, a lungo creduto il Santo Graal, oggi conservato nel Museo del Tesoro di San Lorenzo) e un prestigio incalcolabile.

La famiglia Embriaci divenne intoccabile. Secoli dopo, quando il governo cittadino decise di porre un freno all’arroganza delle famiglie nobili ordinando la decapitazione di tutte le torri private, un decreto speciale risparmiò la Torre degli Embriaci. Fu un atto di deferenza verso la memoria di colui che aveva coperto di gloria il nome di Genova in Terra Santa. Oggi, quella torre solitaria svetta sui tetti di Santa Maria di Castello come un dito puntato verso il cielo, a perenne memoria di un’epoca di eroi spietati e navigatori audaci.

La furia delle capitozzature: dove sono finite le altre?

Vi starete chiedendo: se c’erano decine di torri, che fine hanno fatto tutte le altre? La risposta si trova in una parola che ricorre spesso nei documenti dell’epoca: “capitozzatura”. Verso la fine del Tredicesimo secolo, il clima politico a Genova cominciò a cambiare. Il popolo, stanco delle continue guerre civili tra i nobili che paralizzavano i commerci e insanguinavano le strade, iniziò a rivendicare il proprio peso politico. L’istituzione del Capitano del Popolo (il primo fu Guglielmo Boccanegra nel 1257) segnò l’inizio di un tentativo di pacificazione forzata.

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Monumento · Centro Storico
Piazza San Matteo, Genova
Sempre accessibile
Gratuito
Il quartiere nobiliare della famiglia Doria, uno degli esempi meglio conservati di architettura gotica civile ligure.
I palazzi della famiglia Doria in Piazza San Matteo, dove si notano le basi delle antiche torri.
In Piazza San Matteo, cuore dell’enclave dei Doria, le massicce basi in pietra nera testimoniano la presenza delle antiche torri familiari.

José Luiz, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Nel 1296, un decreto perentorio stabilì una regola che avrebbe cambiato per sempre lo skyline della città: nessuna torre privata poteva superare l’altezza di ottanta palmi genovesi (circa venti metri). Tutte quelle che eccedevano questo limite dovevano essere “capitozzate”, ovvero mozzate della parte superiore. Fu un colpo d’ascia inferto non solo all’architettura, ma all’orgoglio stesso dell’aristocrazia feudale. Le cronache raccontano del rumore assordante dei picconi, della polvere che oscurava il sole mentre i giganti di pietra venivano abbattuti uno dopo l’altro.

Tuttavia, i genovesi sono da sempre un popolo eminentemente pratico. I tronconi delle torri mozzate non vennero demoliti del tutto. Le possenti basi quadrate, con i loro muri spessi anche due metri, vennero riutilizzate. Furono inglobate nei palazzi successivi, coperte da tetti a falde, intonacate e affrescate nei secoli seguenti. Quella che un tempo era una torre di guardia spietata divenne magari il vano scale di un palazzo rinascimentale o il solido fondamento di un condominio seicentesco. La città verticale si ripiegò su se stessa, orizzontalizzandosi, ma mantenendo intatta la sua ossatura medievale.

Caccia al tesoro di pietra: le torri superstiti oggi

La bellezza di scoprire Genova risiede proprio in questa caccia al tesoro stratificata. Se volete organizzare la vostra passeggiata alla ricerca delle torri perdute, vi consigliamo di partire da Piazza San Matteo. Questo gioiello gotico era l’enclave privata della potentissima famiglia Doria. Qui, osservando i palazzi a strisce bianche e nere, noterete che molti di essi presentano angoli stranamente massicci, o proporzioni insolitamente alte e strette: sono le basi delle antiche torri familiari, fuse insieme per creare dimore più ampie nel tardo Medioevo.

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Museo / Attrazione · Centro Storico
Via di Porta Soprana, Genova
Variabili a seconda della stagione
A pagamento
L’antico ingresso monumentale della città. È possibile salire sulle torri per godere di una vista panoramica sui tetti del centro storico.
Le imponenti torri cilindriche di Porta Soprana, ingresso monumentale alla Genova medievale.
Le torri di Porta Soprana, erette nel 1155, difendevano l’accesso orientale alla città dalle truppe del Barbarossa.

Zairon, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Spostandovi verso il lato opposto del centro storico, non potete mancare l’incontro con le torri più imponenti e famose della città, che però non erano private, ma pubbliche: le torri di Porta Soprana. Erette nel 1155 come parte delle mura difensive contro la minaccia dell’imperatore Federico Barbarossa, queste due immense torri cilindriche proteggevano l’ingresso orientale della città. La loro imponenza doveva incutere timore e rispetto in chiunque vi si avvicinasse.

“In nomine sancte et individue trinitatis… Si pacem portas licet has tibi tangere portas / Si bellum queres tristis victusque recedes.”

— Iscrizione lapidea del 1155, muro interno di Porta Soprana

Questa fiera iscrizione (che tradotta suona come: “Se porti pace, ti è lecito toccare queste porte; se cerchi guerra, te ne andrai triste e sconfitto”) riassume perfettamente il carattere della Genova medievale: una città mercantile, disposta ad accogliere chiunque portasse affari, ma pronta a difendersi con ferocia inaudita contro ogni invasore. Camminare sotto quell’arco, sfiorando la pietra sbozzata, significa attraversare fisicamente una macchina del tempo.

E poi ci sono le torri nascoste, quelle che richiedono un occhio attento. In Vico dei Morandini, vicino a Piazza San Donato, potete scorgere la base in pietra nera della Torre dei Morandini. In Via Canneto il Lungo, alzando lo sguardo, noterete la Torre dei Maruffo, inglobata tra i palazzi ma ancora chiaramente leggibile nella sua struttura verticale. Ognuna di queste pietre racconta una storia di potere, di ricchezza, di assedi e di accordi commerciali siglati alla luce tremolante delle torce.

Un weekend tra le nuvole di pietra

Esplorare la Genova medievale non è come visitare un museo all’aperto preconfezionato. È un’esperienza attiva, fisica. Vi richiede di infilare la testa nei vicoli bui, di sopportare il disorientamento del labirinto, di fermarvi all’improvviso perché un raggio di sole ha illuminato un capitello scolpito a quindici metri d’altezza. Vi richiede, soprattutto, di cambiare prospettiva: di smettere di guardare le vetrine e iniziare a guardare i cornicioni, i tetti, le geometrie del cielo ritagliate dai tetti spioventi.

Quando vi perderete in questo dedalo (perché vi perderete, fa parte del gioco), provate a chiudere gli occhi per un istante. Cancellate il rumore dei motorini e le insegne luminose. Immaginate il suono stridulo dei falchi che nidificavano sulle merlature, il crepitio delle fiaccole, l’odore acre del fumo di legna e della salsedine. Immaginate di trovarvi sul fondo di un canyon di pietra calcarea, costruito non dalla natura, ma dalla feroce ambizione di mercanti che volevano toccare le nuvole.

Se questa immersione nella storia vi ha fatto venire voglia di esplorare i caruggi con i vostri occhi, vi invitiamo a vivere la città dall’interno. Le nostre dimore sono incastonate proprio in questo tessuto storico millenario, offrendovi il comfort moderno tra mura che hanno secoli di storie da raccontare. Potete prenotare ora il vostro soggiorno e preparatevi a camminare con il naso all’insù. Continuate a seguire la nostra rubrica per altre storie dimenticate: la Superba ha ancora molti segreti da svelare.

Storie, segreti e sapori di Genova. La Superba è il magazine di genovabb.it — raccontiamo la città come la vivono i genovesi, ogni settimana, una rubrica alla volta.
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