C’è un momento, a settembre, quando il mare sotto Boccadasse si fa stranamente trasparente. Le ultime calure estive si placano, il vento di tramontana ripulisce l’aria, e guardando dal bordo degli scogli si vede fino in fondo: la ghiaia bianca, i granchi che camminano di lato, e poi — qualche metro più in là — un’ombra scura e densa che si stende come un prato. Non è un’ombra. È vita. È una prateria di posidonia.
La maggior parte dei bagnanti non sa come si chiama. Qualcuno la chiama alga, qualcuno «quella roba verde», qualcuno la scansa con i piedi come se fosse sporca. Invece è una delle piante più antiche e preziose del Mediterraneo — una pianta vera, con radici, fusti, foglie e persino fiori — e senza di lei le spiagge liguri non esisterebbero nel modo in cui le conosciamo. Non è retorica: è biologia applicata al territorio che abitiamo.
Raccontare la posidonia significa raccontare il mare di Genova da un punto di vista che raramente viene detto ad alta voce. Un punto di vista sottomarino, paziente, millenario. E forse necessario, adesso più che mai.
Che cos’è la posidonia: una pianta, non un’alga
Il primo malinteso da dissolvere è questo: Posidonia oceanica non è un’alga. È una pianta angiosperma — la stessa categoria botanica dei roseti e dei campi di grano — che si è adattata a vivere sott’acqua nel corso di milioni di anni. Ha radici vere che ancorano il fondale, un fusto corto e rizomatoso che può avere decine di migliaia di anni, foglie nastriformi di un verde intenso che possono superare il metro di lunghezza, e in autunno produce piccoli fiori verdi raccolti in spighe. Fiori, sotto il mare. È una di quelle cose che, quando le si scopre, cambiano il modo di guardare il Mediterraneo.

Il nome viene da Poseidone, il dio greco del mare — un omaggio alla maestà silenziosa di questa pianta che colonizza i fondali sabbiosi tra i tre e i quaranta metri di profondità. Nell’area marina protetta di Portofino, tra Santa Margherita Ligure e il promontorio, le praterie di posidonia coprono superfici considerevoli e sono tra le meglio conservate del Mar Ligure. È qui che i biologi marini dell’AMP conducono campagne di monitoraggio periodiche, misurando la densità dei fasci fogliari e lo stato di salute delle matte — il termine tecnico per lo strato compatto di radici e residui organici che la pianta accumula nel tempo.
La matte è, in un certo senso, il cuore della posidonia: uno strato spesso, duro, quasi petroso, che si forma lentamente a una velocità dell’ordine di un millimetro l’anno. Una prateria di posidonia matura può avere una matte profonda anche un metro e mezzo — il che significa che quelle radici compattate rappresentano oltre mille anni di crescita ininterrotta. Calpestare una prateria di posidonia, con le pinne o con l’ancora di un gommone, equivale a distruggere in pochi minuti qualcosa che la natura ha costruito nell’arco di generazioni umane.
Perché la posidonia è fondamentale per l’ecosistema marino e costiero
Dire che la posidonia è importante per l’ecosistema è quasi riduttivo. È più preciso dire che senza di lei il Mediterraneo — almeno nelle sue aree costiere — sarebbe un posto molto più povero, instabile e, alla lunga, meno vivibile anche per noi.
Il primo ruolo è quello di nursery marina: le praterie di posidonia sono il vivaio del mar Ligure. Tra le foglie trovano riparo le larve di molte specie di pesci, i ricci di mare, le stelle marine, i gamberi, i cefalopodi giovani. La ricchezza ittica che i pescatori di Boccadasse e di Nervi conoscono bene — l’orata, il sarago, la bavosa, il sigano — dipende in larga parte dall’integrità di queste praterie. Una prateria sana produce fino a venti litri di ossigeno per metro quadro al giorno: più di qualsiasi foresta terrestre, proporzionalmente.
Il secondo ruolo è quello di protezione costiera. Le foglie lunghe e flessibili frenano la forza delle onde prima che raggiungano la riva, riducendo l’erosione delle spiagge. Le banquettes — i cuscinetti di foglie secche che si accumulano sulla battigia dopo le tempeste autunnali — non sono rifiuti da rimuovere: sono una barriera naturale che protegge la sabbia dall’asporto invernale. Negli anni in cui i comuni litoranei hanno fatto rimuovere meccanicamente le banquettes per ragioni estetiche (spiagge «più pulite» per i turisti), le spiagge hanno perso sabbia in modo misurabile. La natura non era sporca: stava semplicemente facendo il suo lavoro.
Il terzo ruolo è quello di assorbimento di carbonio. Le praterie di posidonia sono tra i cosiddetti «blue carbon ecosystems» — habitat marini che sequestrano carbonio dal ciclo atmosferico e lo immagazzinano nella matte per secoli. Si stima che la posidonia mediterranea possa sequestrare fino a 83 grammi di carbonio per metro quadro all’anno: un dato che ha attirato l’attenzione dei ricercatori di climatologia, oltre che dei biologi marini.
Le praterie nell’Area Marina Protetta di Portofino
Per vedere una prateria di posidonia in buona salute, nel mar Ligure, non serve andare lontano. L’Area Marina Protetta di Portofino — istituita nel 1999 e che tutela il fondale del promontorio di Portofino tra Camogli e Santa Margherita Ligure — ospita alcune delle praterie meglio conservate della Liguria. La zona A, quella di tutela integrale dove è vietata qualsiasi attività eccetto la ricerca scientifica, si estende attorno ai fondali di Punta Chiappa, a Camogli, e include tratti di prateria che i monitoraggi indicano come stabili o in lento miglioramento.

Le immersioni subacquee guidate nelle zone B e C dell’AMP permettono di osservare le praterie da vicino, seguendo percorsi segnalati e accompagnati da guide abilitate. La visibilità del mar Ligure in autunno e in primavera — quando il plancton estivo si dirada — può superare i venti metri, e una discesa su una prateria di posidonia in queste condizioni è un’esperienza visiva difficile da dimenticare: il verde scuro delle foglie che ondeggia lentamente, i pesci che scivolano tra i nastri vegetali, la luce che filtra dall’alto in raggi obliqui. È un paesaggio silenzioso e assoluto.
Chi non si immerge con le bombole può osservare la posidonia anche con maschera e boccaglio nei fondali poco profondi di alcune calette del promontorio, oppure — con un po’ di fortuna e acqua calma — semplicemente guardando dal bordo di una barca. A Punta Chiappa, il piccolo borgo di pescatori raggiungibile a piedi da Camogli lungo il sentiero costiero, i fondali sassosi degradano rapidamente e la posidonia cresce folta già a pochi metri dalla superficie. È uno di quei luoghi dove il confine tra il mondo emerso e quello sommerso si assottiglia fino quasi a sparire.
Come riconoscere la posidonia: foglie, matte e banquettes
Riconoscere la posidonia non richiede un corso di biologia marina. Bastano alcune osservazioni semplici, che diventano automatiche dopo la prima volta.

In acqua, la posidonia si presenta come un prato denso di foglie nastriformi, di colore verde scuro (più intenso in estate, più chiaro in primavera), che ondeggia con il moto dell’acqua. Le foglie sono disposte a ciuffo, legate alla base da un fusto corto. Il fondale intorno alla prateria è spesso sabbioso o misto sabbia-ghiaia; la matte, quando è esposta per erosione del fondale, appare come uno strato duro, nerastro, quasi torboso. Non assomiglia alle alghe filamentose o al feltro verde delle rocce: è più strutturata, più solida, inequivocabilmente vegetale.
Sulla riva, la posidonia appare sotto forma di foglie secche, di colore bruno-arancio, che il mare spinge sulla battigia dopo le perturbazioni. In autunno e inverno le spiagge liguri si coprono di questi depositi. In alcuni casi si formano le banquettes vere e proprie: cordoni compatti di foglie e fibre intrecciate, a volte alti fino a mezzo metro, che possono sembrare un ostacolo ma che in realtà trattengono la sabbia e proteggono la spiaggia dall’erosione. Una spiaggia con le banquettes è una spiaggia sana — anche se non è la cartolina che ci aspetteremmo.
Esiste anche un altro segno inconfondibile della posidonia: le egagropile, piccole sfere fibrose di colore grigio-marrone che si trovano sulle spiagge liguri e che sembrano palline di feltro. Sono formate dai residui delle foglie di posidonia, compattati dall’azione delle correnti: un prodotto naturale di scarto che non fa danno a nessuno, e che i bambini raccolgono spesso credendo che siano qualcosa di misterioso. In un certo senso, lo sono.
Il mare dei genovesi e il rispetto per quello che non si vede
I genovesi hanno un rapporto con il mare che non assomiglia a quello di nessun’altra città italiana. Non è il rapporto festivo e mediterraneo del sud, né quello nordico e sportivo dei porti atlantici. È qualcosa di più quotidiano e meno dichiarato: una presenza continua, quasi sottintesa. La mattina al Lido di Albaro prima di andare in ufficio, la domenica a Boccadasse a guardare le barche, la sera sul lungomare di Corso Italia con il rumore del mare sullo sfondo.

In questo rapporto quotidiano, la posidonia è quasi invisibile. I bagnanti la percepiscono come un fastidio — le foglie che toccano le gambe mentre si nuota, le banquettes che «sporcano» la spiaggia — senza sapere che stanno nuotando sopra un ecosistema che ha più anni di molte cattedrali genovesi. I pescatori anziani, quelli che escono ancora la mattina presto dal porticciolo di Nervi o dalla calata di Boccadasse, lo sanno invece benissimo: sanno dove ci sono le praterie, sanno che lì i pesci sono più numerosi, sanno che dove la posidonia sparisce il fondale si impoverisce. È una conoscenza pratica, non scientifica, ma che arriva allo stesso risultato.
Negli ultimi anni, la consapevolezza sta crescendo anche tra i non addetti ai lavori. Le campagne di sensibilizzazione dell’AMP di Portofino, le attività didattiche nelle scuole genovesi, i documentari prodotti da Golfo Paradiso e da altre realtà locali stanno contribuendo a fare della posidonia qualcosa di conosciuto — non solo dagli ecologisti, ma dalle famiglie che portano i figli al mare il sabato. È un cambiamento lento, come la crescita della matte, ma reale.
Consigli pratici: come comportarsi con la posidonia
Rispettare la posidonia non richiede gesti eroici. Richiede qualche accorgimento semplice che, se adottato da tutti, fa una differenza concreta.
- Non ancorare su praterie: se hai una barca o un gommone, usa i gavitelli fissi dove disponibili (l’AMP di Portofino ne ha installati numerosi) oppure ancora su sabbia nuda, verificando che l’ancora non trascini sulla posidonia. Un’ancora che striscia su una prateria la danneggia in modo irreversibile.
- Non calpestare la matte: in acque basse, evita di camminare sulle praterie con le pinne o a piedi nudi. La matte è fragile: un passo ripetuto nel tempo basta a creare una «cicatrice» che impiega decenni a rimarginarsi.
- Non rimuovere le banquettes: se frequenti una spiaggia libera, lascia le foglie secche dove sono. Proteggeranno la sabbia durante le tempeste invernali meglio di qualsiasi opera di ingegneria costiera.
- Osserva, non toccare: durante le immersioni o lo snorkeling, osserva la prateria senza appoggiarti su di essa. Le foglie si spezzano facilmente e ogni danno è una perdita permanente per quel ciclo di crescita millimetrica.
- Segnala anomalie: se noti chiazze di prateria morta, reti abbandonate intorno alla posidonia o ancoramenti abusivi, puoi segnalarlo all’AMP di Portofino o alla Guardia Costiera. La sorveglianza partecipata funziona.
Per chi vuole approfondire il tema con un’immersione guidata, i diving center autorizzati dall’AMP — come il Portofino Divers a Santa Margherita Ligure e il B&B Diving Center a Camogli — offrono uscite specifiche per osservare le praterie nell’AMP, con guide abilitate che spiegano in acqua quello che nessun libro rende con la stessa chiarezza. Le uscite di snorkeling per famiglie, in estate, sono accessibili anche ai bambini dai sei anni.
Se invece preferisci osservare la posidonia dalla superficie, i battelli del Golfo Paradiso — che collegano Genova, Recco, Camogli e Portofino da aprile a ottobre — passano su fondali dove la prateria è chiaramente visibile nelle giornate di mare calmo e buona luce. Nessun attrezzatura richiesta, solo un po’ di attenzione e uno sguardo curioso verso il basso.
Il mare che vediamo dalla riva è solo la superficie. Quello che conta davvero — la vita, l’equilibrio, la storia di milioni di anni — è nascosto sotto, in quei prati scuri e silenziosi che respirano lentamente sul fondo. Conoscerli è già, in qualche modo, proteggerli.
Se Genova ti sta chiamando — con il suo mare ruvido e autentico, con i suoi fondali che custodiscono storie più antiche della città stessa — le dimore di genovabb.it sono il punto di partenza giusto. Alcune si affacciano sul lungomare di Boccadasse, altre sono nel cuore del Centro Storico a pochi passi dal Porto Antico, altre ancora a Nervi, dove la passeggiata Anita Garibaldi cammina sul mare ogni mattina. Puoi prenotare il tuo soggiorno e portarti a casa qualcosa che non si compra nei negozi di souvenir: la consapevolezza di un mare che vale la pena di rispettare.



