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Storia · Gh'ea 'na Vòtta

1656: quando la peste dimezzò Genova e ne cambiò per sempre il volto

Nel 1656 la peste dimezzò Genova: oltre 45.000 morti, lazzaretti, quarantene e processioni. Ecco come la Superba affrontò la sua ora più buia.

24 Luglio 2026 · 8 min lettura
Veduta del porto di Genova nel 1481 dipinta nel 1597: la citta marittima al culmine dello splendore
Immagine generata con AI (Google Gemini)

Provate a immaginare una Genova in cui, camminando per i caruggi, incontrate più bare che persone vive. Non è un’iperbole letteraria: nel 1657, all’apice del contagio, i registri parrocchiali della città smisero quasi di avere senso, perché i morti erano troppi per essere contati uno a uno. Genova, che nel Seicento era una delle città più dense e ricche d’Europa, arrivò a perdere oltre 45.000 abitanti in poco più di un anno: quasi la metà della sua popolazione. Un numero che oggi fatichiamo persino a concepire, applicato a una città che si estendeva, allora, in uno spazio ben più piccolo dell’attuale centro storico.

Quello che rende questa storia ancora più sorprendente è che Genova, in quel periodo, non era una città ferma o marginale. Era una capitale finanziaria, un porto strategico del Mediterraneo, uno snodo di traffici che collegava la Spagna, l’Italia e il Levante. Ed è proprio quella straordinaria vitalità commerciale — le navi che andavano e venivano dai porti di mezzo mondo — a diventare, nel giro di poche settimane, il canale attraverso cui il morbo entrò in città.

Come arrivò il contagio: un porto aperto al mondo, e alla morte

La peste che colpì Genova nel 1656 faceva parte di una più ampia ondata epidemica che stava già devastando il centro-sud della penisola italiana, con focolai gravissimi a Napoli e in altre città portuali. Le rotte marittime, che per secoli avevano fatto la fortuna della Repubblica, in quell’anno si trasformarono nel suo tallone d’Achille: bastava una nave, un carico di merci, un marinaio malato sbarcato senza controlli sufficienti, perché il contagio trovasse la strada per insinuarsi tra i vicoli stretti e sovrappopolati del centro.

Dipinto seicentesco del porto di Genova con un veliero all'attracco, la via d'ingresso del contagio
Il porto che fece la ricchezza di Genova fu, nel 1656, anche la porta d’ingresso del contagio.

Adriaen van der Cabel, Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Ed era proprio questa la vulnerabilità strutturale di Genova: una città costretta, per ragioni geografiche, a crescere in verticale e in profondità più che in estensione. I caruggi, quel dedalo di vie strette che oggi ammiriamo per il loro fascino medievale e che rappresentano uno degli itinerari più suggestivi per chi visita Genova, nel Seicento erano l’ambiente perfetto per la trasmissione di un morbo che si diffondeva attraverso il contatto ravvicinato, la scarsità di igiene, l’affollamento delle abitazioni popolari dove intere famiglie vivevano ammassate in pochi metri quadrati.

Quando i primi casi sospetti vennero segnalati alle autorità cittadine, la macchina sanitaria della Repubblica — che pure aveva una tradizione consolidata di gestione delle epidemie, con uffici di sanità attivi già da secoli — si mise in moto. Ma la rapidità di diffusione del contagio superò ogni previsione. Nel giro di mesi, quello che sembrava un focolaio circoscritto si trasformò in un’emergenza che avrebbe segnato la città per generazioni.

Lazzaretti, quarantene e processioni: la risposta di una Repubblica sotto assedio

Di fronte alla catastrofe, Genova reagì con gli strumenti che il pensiero sanitario dell’epoca metteva a disposizione: isolamento, quarantena, allontanamento dei malati dal tessuto urbano sano. I lazzaretti — strutture destinate all’accoglienza e alla cura, ma soprattutto alla separazione, dei contagiati — vennero allestiti e sovraccaricati oltre ogni limite immaginabile. Erano luoghi di sofferenza estrema, dove i medici disponevano di ben poco per combattere un nemico di cui non comprendevano la vera natura: si ragionava ancora in termini di “miasmi”, di aria corrotta, di umori pestilenziali, mentre la scienza batteriologica sarebbe arrivata solo due secoli più tardi.

La grande peste del 1656 dipinta da Micco Spadaro: le vittime e l'intercessione divina invocata dalla popolazione
La grande peste del 1656 in un celebre dipinto di Micco Spadaro: la stessa ondata epidemica che travolse Genova, mentre la popolazione invocava l’intercessione celeste.

Micco Spadaro (Domenico Gargiulo), Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Le autorità della Repubblica imposero blocchi e restrizioni ai movimenti, cercando di limitare gli spostamenti da e verso le zone più colpite. Ma il controllo su una città portuale, dove il commercio era linfa vitale e interromperlo significava rischiare la fame oltre che il contagio, si rivelò un compito quasi impossibile. Ogni decisione — chiudere un quartiere, bloccare una nave, isolare una famiglia — comportava un costo umano ed economico enorme, e le cronache di quegli anni raccontano di un’amministrazione che dovette muoversi costantemente in equilibrio tra il rigore sanitario e la necessità di non paralizzare del tutto la vita cittadina.

Accanto alla risposta amministrativa, ce ne fu una spirituale, forse ancora più sentita dalla popolazione. Le processioni di penitenza attraversarono i caruggi in quei mesi terribili: cortei di fedeli, spesso guidati dal clero, che invocavano la protezione divina contro un male che appariva inarrestabile e incomprensibile. Non era solo devozione: era anche l’unico linguaggio che una popolazione terrorizzata aveva a disposizione per dare un senso a una tragedia che sfuggiva a ogni spiegazione razionale del tempo. Si pregava nelle chiese, si facevano voti, si promettevano offerte ai santi protettori, nella speranza — spesso vana — che l’intercessione celeste potesse fare ciò che la medicina non riusciva a fare.

Il volto umano della peste: chi visse (e chi non sopravvisse) al contagio

Dietro ai numeri, per quanto impressionanti, c’è sempre una moltitudine di storie individuali che i documenti d’archivio non possono restituire per intero. Pensate al medico condotto di un quartiere popolare, costretto a muoversi tra i malati sapendo di rischiare ogni giorno la propria vita, con pochissimi strumenti terapeutici reali a disposizione. Pensate alla famiglia di artigiani del centro storico, magari una di quelle che abitavano gli stretti caseggiati a più piani tipici dei caruggi, che si trovava improvvisamente a dover scegliere tra l’assistenza a un parente contagiato e la fuga per salvare il resto del nucleo familiare.

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Monumento · Centro Storico
Piazza Matteotti, Genova
Variabili in base alle mostre in corso
Variabile in base agli eventi
Sede del governo della Repubblica di Genova, dove le autorità dovettero prendere alcune delle decisioni più difficili della storia cittadina durante il contagio del 1656.

Le classi sociali più abbienti, quelle che abitavano i grandi palazzi nobiliari della città — gli stessi Palazzi dei Rolli che oggi sono patrimonio dell’umanità UNESCO — avevano in teoria maggiori possibilità di allontanarsi dalla città verso le proprietà di campagna, riducendo il rischio di esposizione. Ma il contagio non fece sempre e comunque distinzioni nette di censo: la densità estrema del tessuto urbano genovese, con ricchi e popolani spesso a distanza di pochi vicoli l’uno dall’altro, rendeva la separazione sociale meno efficace che in altre città più estese.

E poi c’erano i becchini, i frati, gli addetti ai lazzaretti: quella categoria di persone che, per mestiere o per vocazione religiosa, si trovava quotidianamente a contatto diretto con la morte, in un’epoca in cui non esisteva alcuna reale protezione contro il contagio. Furono loro, insieme al clero che continuò a officiare messe e a impartire sacramenti anche nelle situazioni più rischiose, i veri protagonisti silenziosi di quei mesi drammatici — uomini e donne di cui la storia raramente ricorda i nomi, ma il cui sacrificio quotidiano permise alla città di non disgregarsi del tutto.

I segni della peste nella Genova di oggi

Camminando oggi per il centro storico di Genova, è difficile immaginare che quei vicoli ospitassero, poco meno di quattro secoli fa, una delle catastrofi demografiche più gravi della storia cittadina. Eppure i segni ci sono, se si sa dove guardare. La devozione popolare che esplose durante e dopo la pestilenza si tradusse, negli anni successivi, nella costruzione o nell’ampliamento di diverse chiese votive — luoghi di culto eretti proprio in ringraziamento per la fine del contagio o in memoria delle vittime, secondo una pratica diffusa in tutta Italia dopo le grandi epidemie del Seicento.

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Monumento · Centro Storico
Piazza San Lorenzo, Genova
Verificare orari di apertura al pubblico
Ingresso alla cattedrale gratuito, tesoro a pagamento
La cattedrale cittadina, testimone silenziosa di secoli di storia genovese, incluse le epidemie che colpirono la città in età moderna.
Interno barocco dorato della Basilica della Santissima Annunziata del Vastato a Genova
Gli interni sontuosi delle chiese del centro storico, come la Basilica della Santissima Annunziata del Vastato, riflettono la devozione che segnò Genova anche negli anni delle epidemie.

Davide Papalini, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Questo tipo di edifici religiosi, nati da un voto collettivo fatto nel momento più buio, racconta ancora oggi qualcosa di essenziale sul rapporto tra i genovesi e la propria storia: la capacità di trasformare il trauma in memoria costruita, in pietra e devozione, piuttosto che lasciarlo semplicemente sbiadire nell’oblio. Visitare alcune delle chiese storiche del centro, magari nell’ambito di una passeggiata tra i caruggi, significa anche imbattersi — spesso senza saperlo — in questi segni silenziosi di un passato di sofferenza collettiva.

C’è poi un altro segno, meno visibile ma altrettanto profondo: la peste del 1656-57 contribuì a ridisegnare gli equilibri demografici ed economici della Repubblica per i decenni successivi. Una città che perde quasi metà della sua popolazione non torna semplicemente “come prima”: cambiano gli assetti delle famiglie, il valore delle proprietà, la disponibilità di manodopera nei traffici portuali e nelle botteghe artigiane. Genova nel secondo Seicento dovette in parte reinventarsi, ricostruendo un tessuto sociale ed economico profondamente lacerato.

Un dettaglio che pochi conoscono

Una delle cose che colpisce di più, ripercorrendo questa vicenda, è quanto la Repubblica di Genova avesse già, prima del 1656, una tradizione consolidata di gestione sanitaria delle epidemie: magistrature dedicate alla sanità pubblica, procedure di quarantena per le navi in arrivo, protocolli di isolamento che in altre città europee sarebbero arrivati solo più tardi. Genova, insomma, non affrontò la peste da impreparata sul piano amministrativo. Fu piuttosto la scala del contagio — la sua rapidità, la sua violenza, la densità estrema della città — a travolgere strumenti che, in condizioni meno estreme, avevano funzionato in passato.

È un paradosso che dice molto sulla natura stessa delle grandi epidemie storiche: non colpiscono le città impreparate in assoluto, ma mettono alla prova anche i sistemi più solidi, quando la scala dell’evento supera ogni previsione ragionevole. Un insegnamento che, a ben guardare, non è mai davvero invecchiato.

Camminare oggi tra le tracce di quella storia

Chi soggiorna nel centro storico di Genova cammina, senza forse saperlo, sulle stesse pietre che videro sfilare le processioni di penitenza del 1656, che sentirono il passo affrettato dei portatori di lazzaretto, che assistettero al silenzio innaturale di una città dimezzata dal contagio. È uno strato di storia che si aggiunge a tutti gli altri — quello marinaro, quello dei Rolli, quello delle guerre con Pisa e Venezia — e che rende i caruggi genovesi un luogo di una densità narrativa rarissima in Europa.

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Esperienza · Centro Storico
Gratuito
2-3 ore
Un itinerario a piedi tra i vicoli medievali più densi d’Europa, dove storia marinara, splendore dei Rolli e memorie più cupe come quella della peste del 1656 si intrecciano a ogni angolo.

Non è un caso che questo genere di storie trovi spazio proprio nella nostra rubrica: Genova non è solo la città dei palazzi sontuosi e dei dogi, ma anche quella della sofferenza collettiva superata, della resilienza silenziosa di una popolazione che seppe, nel giro di una generazione, rialzarsi da una delle prove più dure della propria storia. Capire questo strato più cupo e meno raccontato aiuta, paradossalmente, ad amare ancora di più la città che oggi visitiamo: sapere quanto ha attraversato rende ogni vicolo, ogni facciata, ogni chiesa un po’ più vivi.

Se questa storia vi ha incuriosito, e se sentite che Genova ha ancora molto da raccontarvi tra le pietre dei suoi caruggi, il modo migliore per scoprirlo è viverla da dentro, non solo da turisti di passaggio. Le nostre dimore nel cuore della città vi mettono a un passo da quei vicoli che portano ancora, silenziosamente, i segni di secoli di storia. Potete prenotare il vostro soggiorno e lasciare che sia Genova stessa, camminando, a raccontarvi il resto.

Storie, segreti e sapori di Genova. La Superba è il magazine di genovabb.it — raccontiamo la città come la vivono i genovesi, ogni settimana, una rubrica alla volta.
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