🇮🇹 IT/EN 🇬🇧
Home
🏰 Gh'ea 'na Vòtta · Venerdì ← Tutti gli articoli
Storia · Gh'ea 'na Vòtta

Il Ghetto di Genova: Storia Segreta della Comunità Ebraica

Scoprite la storia della comunità ebraica a Genova. Dai profughi sefarditi al ghetto scomparso di Vico degli Zerbini, un viaggio nella memoria della Superba.

15 Maggio 2026 · 9 min lettura
Vista a volo d'uccello del porto di Genova nel 1481 dipinta da Cristoforo Grassi
Frog83, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Genova è una città che non si svela mai al primo sguardo. Sotto la superficie dei suoi palazzi rinascimentali e dietro l’intrico dei suoi caruggi, si nascondono strati di storie dimenticate, cancellate dal tempo o dalle ruspe dell’urbanistica moderna. Tra queste, una delle più affascinanti e complesse è senza dubbio la storia della comunità ebraica genovese. Una storia fatta di accoglienza e di espulsioni, di pragmatismo mercantile e di pregiudizio, di ghetti serrati a chiave e di una lenta, faticosa conquista della libertà.

Se camminate oggi per il centro moderno della città, tra le vetrine scintillanti di Piazza Corvetto e i palazzi di vetro di Piccapietra, vi sarà impossibile immaginare che proprio lì, per secoli, è battuto il cuore di un mondo a parte. Un microcosmo fatto di preghiere sussurrate in ebraico, di botteghe stipate l’una sull’altra, di cancelli che si chiudevano inesorabilmente al tramonto. È la storia del Ghetto di Genova, un luogo che non esiste più sulle mappe, ma le cui radici si intrecciano profondamente con l’anima stessa della Repubblica Marinara.

Per comprendere questa epopea, vi invitiamo a fare un salto indietro nel tempo. Dimenticate la Genova di oggi e immergetevi in una città circondata da mura possenti, dove il profumo delle spezie si mescolava all’odore salmastro del porto, e dove il denaro, da sempre, dettava le regole della convivenza civile. Preparatevi a scoprire la nostra guida di Genova attraverso una lente completamente nuova, quella di una minoranza che ha contribuito a fare grande la Superba.

L’alba di una presenza: tintori e viaggiatori nel Medioevo

Durante i secoli d’oro del Medioevo, quando le galee genovesi dominavano il Mediterraneo dal Mar Nero alle coste del Nord Africa, la presenza ebraica in città era sorprendentemente esigua. A differenza di altre grandi città mercantili italiane o di centri del sud Italia, la Repubblica di Genova manteneva un atteggiamento di chiusura, o meglio, di severo controllo degli stranieri che potevano competere con i mercanti locali. I genovesi, abilissimi banchieri e commercianti, non sentivano il bisogno di intermediari finanziari esterni.

Galee in attivita nel porto di Genova in un dipinto di Alessandro Magnasco
Il porto di Genova è stato per secoli il crocevia di mercanti, viaggiatori e culture da tutto il Mediterraneo.
Alessandro Magnasco, Public domain, via Wikimedia Commons

“E di là [da Lucca], in due giorni, si va a Genova, altra città sul mare… Lì abitano due ebrei, fratelli, tintori di professione, originari di Ceuta.”

— Beniamino di Tudela, Sefer Massa’ot (Libro di Viaggi), circa 1165

Questa preziosa testimonianza del celebre viaggiatore ebreo navarrese ci restituisce una fotografia esatta della situazione nel XII secolo. I pochi ebrei ammessi a Genova erano perlopiù artigiani specializzati, in particolare tintori o medici di passaggio, le cui competenze erano ritenute utili e non minacciose per il monopolio commerciale del patriziato locale. Non esisteva una vera e propria comunità strutturata, né una sinagoga ufficiale. Gli ebrei che transitavano per il porto erano tollerati per il tempo strettamente necessario ai loro affari, sottoposti a rigide “condotte” (permessi di soggiorno a tempo determinato) che potevano essere revocate in qualsiasi momento dal Doge.

Questa politica di “tolleranza calcolata” continuò per secoli. La Repubblica non perseguitava apertamente, ma amministrava la presenza ebraica con il freddo pallottoliere della convenienza economica. Quando le casse dello Stato languivano, le maglie si allargavano per accogliere prestatori di denaro; quando le pressioni del clero o il malcontento popolare crescevano, i decreti di espulsione venivano firmati senza troppi complimenti.

Il trauma del 1492 e l’arrivo dei sefarditi

Tutto cambiò drammaticamente in un anno che gli europei ricordano per la scoperta dell’America, ma che per il mondo ebraico rappresenta una delle ferite più profonde della storia: il 1492. Con il Decreto dell’Alhambra, i Re Cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona ordinarono l’espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna. Fu un esodo di proporzioni bibliche. Decine di migliaia di profughi sefarditi si riversarono nel Mediterraneo in cerca di salvezza.

Nell’inverno a cavallo tra il 1492 e il 1493, una flotta carica di esuli disperati, affamati e decimati dalle malattie, si presentò davanti al porto di Genova. La reazione della Repubblica fu inizialmente durissima. Per paura di epidemie e di disordini sociali, ai profughi fu impedito di sbarcare in città. Furono confinati sul Molo Vecchio, esposti al gelo invernale, in condizioni igieniche spaventose. Le cronache dell’epoca parlano di scene strazianti, di famiglie decimate dagli stenti a pochi metri dalle ricche dimore patrizie.

Tuttavia, il leggendario pragmatismo genovese ebbe ancora una volta la meglio. Tra quei profughi in miseria si nascondevano medici illustri, artigiani provetti, ma soprattutto mercanti dotati di una rete di contatti internazionali formidabile. Genova, che si stava preparando a diventare la cassaforte dell’Impero Spagnolo nel nascente Siglo de los Genoveses, capì che quella rete poteva tornare estremamente utile. Lentamente, ad alcune famiglie selezionate fu concesso di stabilirsi in città. Nasceva così la “Nazione Ebrea” di Genova, una comunità che, pur tra mille restrizioni e l’obbligo di indossare un segno distintivo (solitamente un berretto o una rotella gialla), iniziò a tessere la sua tela nella vita economica della Superba.

Vico Largo degli Zerbini: la nascita del Ghetto

Con il consolidarsi della comunità, crebbe anche la pressione della Chiesa per separare fisicamente gli ebrei dalla popolazione cristiana, in linea con quanto stava avvenendo in altre città italiane, a partire da Venezia nel 1516. A Genova, dopo vari spostamenti (inclusa una permanenza nella zona della Malapaga, vicino al Molo), il Senato della Repubblica decise infine di istituire un vero e proprio ghetto chiuso nel 1660.

Vicolo stretto e in penombra nel centro storico di Genova
I caruggi genovesi, con i loro spazi angusti e le case addossate, ricordano l’atmosfera dell’antico ghetto scomparso.
Davide Papalini, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il luogo prescelto fu Vico Largo degli Zerbini. Se cercate questa via sul navigatore del vostro smartphone, non la troverete. L’intera area è stata sventrata e cancellata dalle grandi opere urbanistiche tra la fine dell’Ottocento e il Novecento. Si trovava all’incirca dove oggi sorge l’imponente edificio delle Poste in Piazza Dante e si estendeva verso l’attuale Piazza Corvetto, a ridosso delle mura cittadine di allora.

Immaginate un dedalo di vicoli strettissimi, case alte e buie, dove la luce del sole faticava a penetrare. Il Ghetto di Vico degli Zerbini era un recinto chiuso da cancelli massicci, che venivano serrati dall’esterno al tramonto e riaperti solo all’alba. Le guardie, pagate a spese della comunità ebraica stessa, vigilavano affinché nessuno uscisse durante la notte o nei giorni delle festività cristiane. All’interno, lo spazio era talmente esiguo che le famiglie furono costrette a innalzare gli edifici aggiungendo piani su piani, creando strutture precarie e sovraffollate.

Eppure, in questa oscurità forzata, fioriva una vita intensa. C’erano le macellerie kasher, le botteghe dei sarti, i banchi di prestito. C’era, nascosta in un appartamento per non dare nell’occhio, la sinagoga. Si studiava la Torah, si celebravano matrimoni, si mantenevano vivi i legami con le comunità di Livorno, Venezia e Amsterdam. Il Ghetto non era solo un luogo di reclusione, ma anche una formidabile fortezza culturale che permise all’identità ebraica di sopravvivere alle intemperie della storia genovese.

L’Emancipazione e la Sinagoga di Via Bertora

I cancelli del ghetto di Vico degli Zerbini caddero definitivamente solo alla fine del Settecento, spazzati via dai venti della Rivoluzione Francese portati dalle truppe napoleoniche. Ma la vera emancipazione arrivò nel 1848, quando il Re Carlo Alberto promulgò lo Statuto Albertino, concedendo finalmente i pieni diritti civili e politici agli ebrei del Regno di Sardegna, di cui Genova faceva ormai parte.

Facciata in pietra della Sinagoga di Genova in Via Bertora con la Stella di Davide
La Sinagoga di Via Bertora, inaugurata nel 1935, rappresenta il simbolo dell’emancipazione della comunità ebraica genovese.
Michele.V, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Fu una liberazione straordinaria. Le famiglie ebraiche genovesi uscirono dall’ombra, trasferendosi in quartieri più eleganti, aprendo grandi attività commerciali e partecipando attivamente alla vita politica e intellettuale della città. Il vecchio ghetto fu progressivamente abbandonato e poi demolito per fare spazio alla Genova moderna, spazzando via le tracce fisiche di quei secoli di segregazione.

Il simbolo di questa rinascita è senza dubbio la Sinagoga di Via Bertora, inaugurata nel 1935. Se vi trovate a passeggiare nel quartiere di Castelletto, poco sopra il centro storico, vi imbatterete in questo edificio imponente ed elegante. Progettata dall’architetto Francesco Morandi, la sinagoga rappresenta l’orgoglio di una comunità che non doveva più nascondersi. La sua grande cupola, le vetrate policrome, i marmi pregiati: tutto fu concepito per celebrare una presenza ormai radicata e rispettata nel tessuto cittadino.

Purtroppo, la gioia di quell’inaugurazione fu di breve durata. Pochi anni dopo, nel 1938, le infami leggi razziali fasciste si abbatterono anche sugli ebrei genovesi. E nel novembre del 1943, durante l’occupazione nazista, proprio la sinagoga di Via Bertora divenne il teatro di una spietata retata. Guidati da una delazione, i soldati tedeschi irruppero nel tempio, costringendo il Rabbino Capo Riccardo Pacifici (una figura di straordinario eroismo, che si era rifiutato di abbandonare la sua congregazione) ad assistere alla profanazione dei rotoli della Legge, prima di deportare lui e molti altri membri della comunità verso i campi di sterminio. Una ferita che Genova non ha mai dimenticato e che viene commemorata ogni anno.

La memoria di pietra: il Cimitero Ebraico di Staglieno

Se volete toccare con mano la profondità del legame tra la comunità ebraica e la città, dovete allontanarvi dal centro e salire verso la Val Bisagno. Qui si trova il Cimitero Monumentale di Staglieno, uno dei cimiteri più grandi e affascinanti d’Europa, un vero e proprio museo a cielo aperto della scultura ottocentesca.

🏛️
Monumento · Foce-Brignole
Piazzale Resasco, Genova
Tutti i giorni 7:30 – 17:00 (chiuso il sabato e festività ebraiche per il settore specifico)
Ingresso gratuito
Il settore ebraico si trova all'interno del vasto complesso monumentale di Staglieno, un luogo di grande pace e valore storico.
Sassi posati sulla tomba di Emanuele Luzzati nel settore ebraico del cimitero di Staglieno
Sulla tomba di Emanuele Luzzati al Campo Israelitico di Staglieno: l’antica usanza di lasciare un sasso perpetua la memoria dei defunti.
Davide Papalini, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

All’interno di questo immenso parco del ricordo, esiste un settore specifico: il Campo Israelitico. Quando varcherete il cancello di questa sezione, noterete subito un netto cambiamento di atmosfera. Lascerete alle vostre spalle gli angeli piangenti di marmo, i teschi barocchi e le statue iperrealiste dei borghesi genovesi, per entrare in uno spazio di profonda e severa spiritualità.

Nel cimitero ebraico, la morte è un livellatore assoluto. Non ci sono statue sfarzose o ritratti ostentati, vietati dalla tradizione religiosa. Troverete invece lapidi sobrie, spesso scritte in ebraico e in italiano, adornate solo dalla Stella di Davide o dal candelabro a sette braccia. Ma soprattutto, noterete un dettaglio toccante: sulle pietre tombali ci sono decine di piccoli sassi. È l’antica usanza ebraica di lasciare un ciottolo sulla tomba di chi si visita, un segno tangibile e duraturo del proprio passaggio, un modo per dire: “Io sono stato qui, e tu non sei dimenticato”.

Passeggiando tra questi viali silenziosi, leggerete cognomi che hanno fatto la storia commerciale e culturale di Genova. Famiglie arrivate dalla Spagna, da Livorno, dal Piemonte o dall’Est Europa, che hanno trovato nella Superba una casa, contribuendo alla sua ricchezza e condividendone le tragedie.

Vivere la storia di Genova oggi

La storia del Ghetto di Genova e della sua comunità ebraica ci ricorda che la Superba è sempre stata una città di frontiera, un porto dove mondi diversi si sono scontrati, misurati e, infine, integrati. Anche se i muri del vecchio Vico degli Zerbini non esistono più, lo spirito di resilienza e la ricchezza culturale di quell’eredità continuano a vivere nella città contemporanea.

Passeggiare per Genova significa camminare letteralmente sulla storia. Significa guardare un palazzo moderno e sapere che le sue fondamenta poggiano su racconti secolari. Significa perdersi in un labirinto di ardesia e mattoni, dove ogni angolo ha una voce, se si ha la pazienza di ascoltarla.

Se questo viaggio nel tempo vi ha affascinato, non vi resta che venire a viverlo di persona. Potete scegliere una delle nostre dimore nel cuore pulsante della città, per addormentarvi tra le stesse strade che hanno visto mercanti, banchieri ed esuli tessere la tela della storia europea. Ognuno di voi troverà un angolo di Genova capace di parlargli direttamente al cuore. Se la Liguria vi sta chiamando, noi siamo qui: non esitate a prenotare ora il vostro soggiorno. Vi aspettiamo per condividere con voi la passione per la nostra incredibile, inesauribile Superba.

Storie, segreti e sapori di Genova. La Superba è il magazine di genovabb.it — raccontiamo la città come la vivono i genovesi, ogni settimana, una rubrica alla volta.
Vai alla rubrica Gh'ea 'na Vòtta →
Newsletter settimanale

Il Venerdì
di Genova

Ogni venerdì mattina nella tua inbox: gli eventi del weekend, un articolo da non perdere, un consiglio genovese segreto. Zero spam. Solo città vera.

Eventi del WeekendI migliori appuntamenti da non perdere
Articoli de La SuperbaUna storia di Genova ogni settimana
Offerte sulle nostre DimoreDisponibilità e prezzi in anteprima
Un Segreto genovese sshhhhh! 🤫Un consiglio genovese che non trovi online
Ospitiamo per Passione dal 2015

La tua Genova ti aspetta.

Prenota una delle nostre Dimore nel cuore della città — al miglior prezzo, direttamente.