C’è una via a Genova che, prima ancora di essere un luogo, è diventata un titolo di disco. Non capita a molte città al mondo: che un vicolo strettissimo, umido, popolato di merci e di vite ai margini, diventi il verso più citato della canzone d’autore italiana. Via del Campo esisteva prima di Fabrizio De André, naturalmente. Ma dopo il 1967, quando quella via entra nel titolo di una canzone che parla di una prostituta con «un diamante grezzo agli occhi», Via del Campo non è più solo un indirizzo. È diventata un pezzo di mitologia urbana, e i turisti che oggi ci passeggiano con lo smartphone in mano cercano qualcosa che le mappe non segnano: l’anima di un poeta che ha raccontato Genova come nessun altro.
Fabrizio De André non era un cantante che parlava di Genova da fuori. Era un genovese che viveva i caruggi, li respirava, li conosceva nelle pieghe più nascoste — quelle che i genovesi «bene» preferivano non vedere. Ha scritto di prostitute, di ladri, di marinai, di travestiti, di anarchici, restituendo dignità letteraria a chi la città ufficiale considerava scarto. Ed è proprio in questo sguardo dal basso, innamorato e senza pietà insieme, che sta la vera eredità del cantautore per chi oggi vuole capire Genova.
Il ragazzo di buona famiglia e i caruggi proibiti
De André nasce a Genova nel 1940, in una famiglia borghese, agiata, con un padre che sarebbe diventato anche vicesindaco della città. Un’infanzia che avrebbe potuto scorrere tranquilla tra salotti e studi di legge — e infatti Fabrizio si laureerà davvero in giurisprudenza, quasi per accontentare le aspettative familiari. Ma la sua vera educazione sentimentale accade altrove: nei bar del porto, tra i suonatori di strada, tra le facce di chi il centro storico lo abitava davvero, non lo attraversava di passaggio.

I caruggi di quegli anni — gli stessi che oggi passeggiamo ripuliti e fotografati — erano un mondo a parte rispetto alla Genova «alta» dei palazzi nobiliari e delle vie del commercio. Zona di porto, di marinai in licenza, di prostituzione, di miseria e di una umanità multiforme che la retorica ufficiale della città preferiva ignorare. De André ci entra da ragazzo, forse in parte per curiosità borghese verso il proibito, ma quello che ne esce non è un turista dell’illegalità: è un testimone che imparerà a raccontare quel mondo con una pietas che non ha eguali nella canzone italiana.
Via del Campo e il porto: la geografia sentimentale di un poeta
Chiunque cerchi oggi la Genova di De André comincia inevitabilmente da Via del Campo, nel cuore dei caruggi che ancora oggi si possono scoprire passeggiando senza fretta. È una delle strade più antiche del centro storico, oggi rivitalizzata da negozi, atelier e locali, ma che porta ancora nei muri qualcosa del suo passato di strada popolare e vivace. Non aspettatevi una via museo: Via del Campo vive, e forse è proprio questo il modo migliore per onorare la canzone che la ha rese celebre.

Ma il mondo di De André non si esaurisce in una sola via. Il porto — quello vero, quello di lavoro, non la vetrina turistica del Porto Antico contemporaneo — è la seconda grande scenografia della sua opera. Marinai, bettole, l’attesa delle navi, gli addii e i ritorni: tutto questo torna in canzoni come La città vecchia, un ritratto quasi cinematografico della Genova popolare dei vicoli a ridosso degli scali portuali, con i suoi «vecchi ladri» e le sue «carrozzelle». È una Genova che oggi si può ancora intuire camminando verso Sottoripa o lungo i vicoli che scendono verso il mare, dove l’odore di friggitoria si mescola a quello salmastro del porto.
“Quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie, quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.”
— Fabrizio De André, La città vecchia, composta nel 1962 e pubblicata originariamente nel 1965 su 45 giri, prima di essere raccolta nell’album Tutto Fabrizio De André
Questo verso racconta più di mille descrizioni turistiche cosa fossero quei vicoli negli anni Sessanta: un mondo lasciato a se stesso, dimenticato dalle istituzioni, eppure vivo di una umanità intensa che De André sceglie di raccontare senza moralismo.
I protagonisti delle canzoni: gli ultimi diventano poesia
Se dovessimo dare un volto alla Genova di De André, non sarebbe quello di un doge o di un mercante, ma quello degli abitanti invisibili dei caruggi: la prostituta di Via del Campo, il travestito Andrea che ricorre in più canzoni, i marinai senza nome di tante ballate, gli anarchici e i disertori delle canzoni più politiche. Sono i personaggi di una Genova sotterranea, quella che la città «per bene» attraversava con lo sguardo basso.
C’è un dettaglio biografico che racconta bene questo rapporto: De André stesso raccontava di aver conosciuto da giovane, nei bar del centro storico, personaggi che poi sarebbero diventati ispirazione diretta o indiretta per i suoi testi. Non inventava dal nulla: osservava, ascoltava, trasformava in poesia quello che vedeva accadere nei vicoli. Questo suo sguardo — mai giudicante, sempre empatico verso chi vive ai margini — è probabilmente la ragione per cui le sue canzoni non sono mai sembrate datate, nonostante siano passati oltre cinquant’anni da quando furono scritte.
La lingua stessa che De André userà in alcuni dei suoi lavori più maturi, il genovese di Crêuza de mä del 1984, non è un vezzo folkloristico ma una scelta profondamente identitaria. Il disco, ambientato in un porto immaginario che sintetizza tutti i porti del Mediterraneo, usa il dialetto per raccontare mercanti, marinai e mondi che si intrecciano — una lingua poetica e in parte artificiale, costruita da De André più sulla memoria e sull’intuizione che su un rigoroso recupero filologico, capace di fondere vocaboli di diverse origini in un idioma cosmopolita pensato per l’ascolto prima ancora che per la comprensione letterale.
I segni nel presente: dove cercare De André oggi
Camminare oggi per il centro storico con le canzoni di De André in testa cambia completamente lo sguardo sui caruggi. Via del Campo resta il punto di partenza naturale: al civico 29 rosso (Via del Campo 29r, CAP 16124) trovate ancora oggi Viadelcampo29rosso, il museo-emporio dedicato a De André e alla scuola genovese dei cantautori, gestito dai Musei di Genova. Al suo interno si conservano vinili originali, fotografie storiche, spartiti autografi e memorabilia — tra cui una delle chitarre di De André — che mantengono viva la memoria musicale del quartiere. È un buon primo passo per chi vuole seguire le tracce del cantautore senza affidarsi solo all’immaginazione.

Da lì, i vicoli si aprono a raggiera verso il porto, verso Piazza delle Erbe e verso Sottoripa, gli antichi portici che per secoli hanno ospitato botteghe e magazzini a due passi dagli scali marittimi. Sono ancora oggi la cerniera tra la città e il mare, lo stesso confine sottile che De André cantava come luogo di passaggio, di attesa, di partenze non sempre volontarie.
Chi vuole allargare lo sguardo può salire fino a Castelletto, con la sua terrazza panoramica raggiungibile tramite l’ascensore pubblico: da lassù il centro storico si vede tutto insieme, i tetti aggrottati, le chiese, il porto sul fondo — la stessa Genova stratificata che De André portava dentro come geografia sentimentale, vista non più dal basso dei vicoli ma dall’alto, in una prospettiva che aiuta a capire come quei mondi convivessero a distanza di poche centinaia di metri.
Una curiosità: il rapimento e il rapporto mai interrotto con la Sardegna
Un capitolo meno noto, ma che aiuta a capire la complessità dell’uomo dietro le canzoni: nel 1979 De André venne rapito in Sardegna, dove viveva parte dell’anno nella sua tenuta dell’Agnata. L’esperienza, drammatica, non lo allontanò mai dall’isola: pochi anni dopo, proprio insieme a Massimo Bubola, avrebbe scritto alcune delle canzoni più intense del suo repertorio, mostrando ancora una volta quella capacità di trasformare il dolore e l’osservazione della realtà in materiale poetico. È lo stesso meccanismo che aveva applicato ai vicoli di Genova quindici anni prima: guardare senza voltarsi, e raccontare.
Genova, ancora oggi, come la raccontava lui
Chi arriva a Genova oggi per la prima volta, e sceglie di soggiornare nel centro storico tra i caruggi, si accorge presto che la città di De André non è affatto scomparsa. È cambiata, certo: i bassifondi portuali di allora oggi convivono con boutique e locali alla moda, e Via del Campo non ha più la stessa aria di marginalità. Ma il tessuto urbano — i vicoli stretti, l’incontro immediato tra case popolari e palazzi nobiliari, la vicinanza fisica e culturale tra il centro e il porto — è rimasto sostanzialmente intatto, protetto anche dal riconoscimento UNESCO che dal 2006 tutela le Strade Nuove e il sistema dei Palazzi dei Rolli.

Passeggiare di sera per i caruggi, quando le voci si fanno più basse e le luci calde escono dai portoni, restituisce ancora oggi qualcosa di quell’atmosfera sospesa che De André sapeva cogliere meglio di chiunque altro. Non serve immaginare troppo: basta alzare lo sguardo sui palazzi scrostati, ascoltare l’eco dei passi tra le pietre, lasciarsi sorprendere da un cortile improvviso o da una finestra illuminata. La Genova che ha ispirato le sue canzoni più belle è ancora, in gran parte, questa.
Se questa Genova — vera, stratificata, capace di raccontare gli ultimi con la dignità della grande letteratura — vi sta chiamando, noi siamo qui. Le nostre dimore nel centro storico vi permettono di dormire a pochi passi da Via del Campo, di uscire la mattina e trovarvi immersi negli stessi vicoli che hanno cresciuto un poeta. Potete prenotare il vostro soggiorno e scoprire, passo dopo passo, la Genova che De André ha reso immortale.


