C’è un momento, nelle mattine di ottobre, in cui la luce taglia i caruggi quasi in orizzontale e arriva dove di solito non arriva mai: sul fondo di un vicolo cieco, su un portale di pietra nera, sul gradino consumato di una chiesa che non apre più per la messa da generazioni. Alle otto, quando le serrande dei negozi sono ancora a metà e il rumore dominante è quello dei carrelli del pane, il centro storico di Genova sembra un libro aperto per chi sa leggere le facciate.
Il centro storico di Genova, uno dei centri storici con la maggiore densità abitativa, custodisce numerose chiese ed edifici di culto. Molti sono ancora vivi, altri hanno cambiato vita: riconvertiti in auditorium, aule universitarie, sale espositive, spazi per il teatro, oppure scomparsi lasciando soltanto qualche resto. Questo itinerario li mette in fila, dal centro fino alle prime pieghe della Val Bisagno, e parla di quello che si può vedere, di quello che si intuisce da fuori e di quello che invece richiede un permesso o una giornata di apertura straordinaria.
Una precisazione onesta, prima di partire: non tutto è visitabile quando si vuole. Alcuni luoghi, come la cripta della chiesa dei Cappuccini, aprono al pubblico solo occasionalmente. Il fascino sta anche qui: il percorso si fa con lo sguardo, e ogni porta chiusa diventa una domanda da portarsi a casa.
Un cimitero che non è Staglieno: i Cappuccini e l’altra memoria della città
Quando si parla di cimiteri a Genova, il pensiero va subito a Staglieno, con il suo porticato neoclassico e le statue funerarie della borghesia ottocentesca. È giusto, ma è anche una scorciatoia: la città ha stratificato i suoi morti in molti altri luoghi, e la chiesa dei Cappuccini della Santissima Concezione racconta una storia diversa, più raccolta e più legata alla vita di un convento: nel Settecento e nell’Ottocento fu scelta come luogo di sepoltura da molti genovesi e forestieri, illustri e non.

Maurizio Beatrici, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Il complesso dei Cappuccini, chiesa e convento, sorge poco a monte di piazza Corvetto, nei pressi della Villetta Di Negro, in piazza dei Cappuccini, nel quartiere di Castelletto: al piccolo sagrato, sopraelevato rispetto alla strada, si sale per una scala e una rampa pedonale. Non è un luogo da cartolina e, proprio per questo, ha conservato un’atmosfera rustica e appartata. Dentro la chiesa i monumenti funebri sono collocati lungo i muri interni e le lapidi occupano tutto il pavimento; nella cripta sottostante si trovano il sepolcreto dei frati e le tombe di quasi trecento laici. Nell’Ottocento visse nel convento per circa quarant’anni Francesco Maria da Camporosso, il «Padre Santo», il cui corpo è esposto in una cappella adiacente alla chiesa.
Prima di andare, conviene verificare l’accessibilità: gli orari di apertura dei luoghi conventuali cambiano e non sempre sono esposti in modo chiaro. Una telefonata o una domanda al personale della zona evita di arrivare davanti a un cancello chiuso. Se l’ingresso è consentito, la visita richiede silenzio e rispetto: non è una sala museale, è un luogo ancora legato al ricordo di chi vi riposa.
“Janus, primus rex Italiae de progenie gigantum, qui fundavit Genuam tempore Abrahae.”
— Epigrafe nella cattedrale di San Lorenzo, sotto una testa di Giano: “Giano, primo re d’Italia della stirpe dei Giganti, che fondò Genova al tempo di Abramo”
Nel Medioevo il nome della città fu alterato in Ianua, termine latino per “porta di ingresso”, e di qui nacque la leggenda di Giano, il dio protettore delle porte. Quell’immagine si addice bene a questo itinerario: la porta, in fondo, è proprio il tema. Porte che si aprono su un chiostro, porte che si chiudono su una navata vuota, porte che qualcuno ha trasformato in ingresso di un teatro o di un’aula universitaria.
Nei caruggi: chiese che hanno cambiato vita
Il centro storico è il terreno ideale per chi ama le conversioni inaspettate. In pochi isolati si passa da un edificio ancora in piena attività liturgica a uno che ospita eventi culturali, mostre, concerti. La logica è sempre la stessa: lo spazio c’è, è bello, è nel cuore della città, e qualcuno ha trovato il modo di farlo vivere in modo nuovo.

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Un esempio che molti genovesi conoscono è quello della chiesa di Sant’Agostino, affacciata su piazza Renato Negri quasi in cima al colle di Sarzano, oggi parte del complesso che ospita il Museo di Sant’Agostino, con ingresso da Piazza Sarzano. La chiesa, di origine medievale, ha perso da tempo la funzione di luogo di culto ordinario ed è diventata uno degli spazi più suggestivi della città: la facciata a fasce bianche e nere, il campanile con le sue formelle in ceramica, il chiostro e le sale in cui si conservano frammenti scultorei di enorme interesse. Qui l’esperienza è l’opposto dell’abbandono: è la dimostrazione di quanto una chiesa sconsacrata possa diventare un luogo vivissimo.
In Piazza Sarzano, accanto al complesso di Sant’Agostino, l’ex chiesa di San Salvatore, sconsacrata dopo i gravi danni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, è stata ristrutturata per ospitare l’aula magna della facoltà di Architettura e, con i suoi 340 posti, è talvolta sede di concerti. Poco distante, nei vicoli attorno a Piazza Sarzano e scendendo verso San Donato, il passo cambia. Le facciate si fanno più modeste, i portali più stretti, e capita di incrociare edifici la cui destinazione originaria si legge soltanto da un dettaglio: una nicchia vuota sopra l’architrave, un rosone murato, una lapide ormai illeggibile. Sono questi i luoghi che premiano chi cammina senza fretta e alza lo sguardo almeno una volta ogni dieci metri.
Un consiglio pratico per esplorare questa parte del percorso: partite da Piazza Sarzano, scendete verso Via San Donato e lasciatevi guidare dalle strade laterali più strette. Non c’è un tracciato obbligato, ma la zona è raccolta e si percorre comodamente a piedi in un’ora, fermandosi ogni tanto a osservare ciò che resta di architetture un tempo molto frequentate.
Cripte e sotterranei: la Genova che sta sotto
Le chiese genovesi hanno un’altra caratteristica poco nota: sotto alcune di esse si aprono cripte e vani sepolcrali, come il sepolcreto dei frati sotto la chiesa dei Cappuccini. Non sono luoghi da prendere d’assalto, ma sapere che ci sono cambia il modo in cui si guardano gli edifici da fuori.

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Altre tracce sono riemerse con gli scavi: della chiesa di San Francesco di Castelletto, demolita all’inizio dell’Ottocento, i lavori condotti a partire dal 2001 e nel 2014-2015 hanno valorizzato le colonne e le arcate superstiti che dividevano la navata centrale da quella sinistra, mentre gli scavi archeologici condotti tra il 2001 e il 2004 e nel 2014-2015 hanno riportato alla luce frammenti di iscrizioni sepolcrali e gli antichi vani sepolcrali dei frati francescani, oggi visibili lungo il percorso dei Musei di Strada Nuova. Per i luoghi che di solito restano chiusi, le Giornate FAI di Primavera e d’Autunno sono tra le occasioni più preziose. Chi vuole seguire questo filone farebbe bene a tenere d’occhio i calendari: a ottobre, in particolare, cadono le Giornate FAI d’Autunno.
Quello che colpisce, entrando in questi spazi, è la differenza di temperatura e di suono. Fuori c’è la vita rumorosa del caruggio; dentro, a pochi metri di profondità, il silenzio è quasi fisico e la pietra restituisce l’umidità di secoli. È un’esperienza che non assomiglia a nessuna visita guidata convenzionale e che lascia il segno più dei monumenti di cartolina.
Verso la Val Bisagno: il piccolo patrimonio fuori dal centro
Lasciato il centro, l’itinerario si sposta verso est, nelle pieghe della Val Bisagno. È una zona che i turisti raramente attraversano, se non per raggiungere lo stadio di Marassi o il cimitero monumentale di Staglieno. Eppure custodisce chiese di quartiere che raccontano un’altra Genova: quella dei comuni annessi alla città nel 1873 e trasformati dall’espansione urbanistica tra Ottocento e Novecento.

Camminare per Marassi significa attraversare un quartiere che si sviluppa soprattutto sul versante sinistro del Bisagno e che nel Novecento è cresciuto attorno al suo nucleo storico, sorto intorno alla chiesa di Santa Margherita. La prima citazione di una chiesetta dedicata alla santa a Marassi risale al 1027; in seguito la cappella fu affidata ai monaci benedettini dell’abbazia di Santo Stefano. Non tutto è sconsacrato o abbandonato, ma tutto è sottovalutato.
Se avete tempo e voglia di un percorso di mezza giornata, la zona di Marassi si presta bene a una passeggiata senza meta: si parte dal mercato rionale, si risale lungo le vie laterali e si osservano i dettagli. Il trucco, come sempre a Genova, è seguire il dislivello: dove la strada sale, spesso c’è un sagrato, una scalinata, una piccola piazza con una chiesa che dall’alto guarda il quartiere.
Perché non ci va nessuno
La domanda è legittima: perché luoghi tanto affascinanti restano fuori dai circuiti turistici? Le ragioni sono più di una e si sommano. La prima è la scarsa visibilità: gli edifici religiosi minori restano fuori dai percorsi più noti, e se non sai che esistono, difficilmente ci passi davanti con intenzione.
La seconda è la logistica degli orari. Chiese e cappelle gestite da parrocchie o confraternite aprono secondo ritmi propri, spesso legati alle funzioni. Non esistono orari uniformi, e arrivare nel momento sbagliato significa trovare un portone chiuso. Chi viaggia con l’agenda fitta di un weekend lungo difficilmente può permettersi questa incertezza.
La terza ragione è più sottile: la reputazione di alcune zone. Nel secondo Novecento il centro storico si è svuotato di abitanti e i suoi edifici si sono deteriorati: certi vicoli sono rimasti per anni ai margini dei percorsi consigliati. Dalle Colombiane del 1992 a Genova Capitale europea della cultura nel 2004, importanti investimenti pubblici hanno portato riqualificazione, pedonalizzazioni e recupero edilizio, ma l’abitudine a evitare certi angoli persiste. Chi invece decide di esplorarli, con ordinario buon senso, scopre quartieri vivi, abitati da famiglie e da piccoli commercianti, in cui le chiese dimenticate sono parte di un tessuto quotidiano.
Infine c’è una ragione quasi poetica: questi luoghi chiedono tempo. Non si visitano come un monumento da spuntare in una lista, ma come si frequenta un quartiere: tornandoci, osservando come cambia la luce, notando chi apre le serrande. È un modo di viaggiare che non piace a tutti, ma che ripaga chi lo sceglie.
Consigli pratici per l’itinerario
Il momento migliore per percorrere questo itinerario è l’autunno, e non solo perché la data di oggi lo suggerisce: ottobre offre luce bassa, temperature miti e una Genova meno affollata delle settimane estive. Il mattino presto è ideale per i caruggi, mentre il pomeriggio inoltrato funziona bene per le salite verso Castelletto e i Cappuccini, quando la luce dorata valorizza le facciate.
Per quanto riguarda gli spostamenti, il centro storico si percorre interamente a piedi, partendo ad esempio da Piazza Sarzano e scendendo verso il porto. Per i Cappuccini e le alture sopra il centro conviene sfruttare le scalinate e, dove possibile, la funicolare e gli ascensori pubblici, che fanno parte dell’identità della città e permettono di superare i dislivelli senza fatica. Per la Val Bisagno, i mezzi pubblici collegano agevolmente il centro a Marassi: è sufficiente consultare le linee disponibili il giorno stesso.
Qualche accorgimento semplice: portate scarpe comode con buona suola, perché la pietra dei caruggi può essere scivolosa; tenete con voi una piccola torcia o il telefono carico, utile nei vani poco illuminati; informatevi in anticipo sulle aperture straordinarie e, quando possibile, contattate le parrocchie o le associazioni locali. Infine, rispettate sempre i luoghi: molti di questi edifici sono ancora considerati sacri dalla comunità che li frequenta, anche se non vi si celebra più messa.
Un’ultima nota sul tempo necessario: un percorso completo, dal centro fino a Marassi con qualche deviazione, richiede facilmente una giornata intera. Se preferite un ritmo più rilassato, dividete l’itinerario in due uscite: una dedicata ai caruggi e alla zona di Sarzano, l’altra alle alture e alla Val Bisagno.
Genova si svela a chi la esplora lentamente
Quello che rende speciali questi luoghi non è la loro monumentalità, ma la loro capacità di raccontare una città che ha sempre convissuto con la propria memoria. Ogni chiesa dimenticata, ogni cripta murata, ogni oratorio di quartiere è un frammento di una storia collettiva fatta di confraternite, di marinai, di famiglie, di mestieri scomparsi. Guardarli oggi significa riconoscere che Genova non è solo la città dei palazzi dei Rolli e dell’acquario, ma anche quella dei suoi angoli più silenziosi.
Per esplorarla con calma serve una base giusta. Le nostre dimore nel cuore di Genova sono pensate proprio per questo: pochi passi dai caruggi, dalle scalinate e dai punti di partenza di questi itinerari, senza dover rinunciare al piacere di tornare a casa a piedi dopo una giornata di scoperte. Se volete conoscere meglio la città prima di partire, la nostra guida di Genova raccoglie suggerimenti e orientamenti utili, mentre il magazine La Superba continua ogni settimana a raccontare angoli e storie meno battute.
Se Genova ti sta chiamando, noi siamo qui: puoi prenotare il tuo soggiorno e partire alla scoperta di una città che si lascia conoscere solo da chi ha il tempo di ascoltarla.



