Chiudete gli occhi e immaginate di passeggiare lungo le banchine del Porto Antico di Genova in una limpida giornata di tramontana. L’aria è frizzante, carica di quella salsedine pungente che si mescola inesorabilmente agli aromi provenienti dai vicoli stretti, i celebri caruggi, che si gettano come fiumi di pietra verso il mare. Qui, l’odore salmastro dell’acqua si fonde con il profumo inconfondibile di un soffritto che sfrigola lentamente nell’olio extravergine d’oliva, note dolci di cipolla, l’intensità dell’aglio e il sentore terroso del vino bianco che sfuma. È il profumo della storia, dell’identità più profonda di una città che ha costruito la sua grandezza navigando gli oceani, ma che ha sempre trovato il suo conforto più autentico nel calore di un tegame di coccio lasciato sobbollire sul fuoco.
Se la Liguria vi sta chiamando e desiderate esplorare l’anima più verace di questa terra, dovete sedervi a tavola. La cucina genovese è una narrazione complessa, fatta di contrasti affascinanti. Da un lato c’è l’entroterra, verticale e aspro, che ci regala le erbe aromatiche, le verdure tenaci e il basilico che trasforma i mortai in scrigni di smeraldo. Dall’altro c’è il mare, orizzonte infinito e via di comunicazione, che ha portato sulle nostre tavole pesci, spezie e tradizioni lontane. In questa puntata della nostra rubrica dedicata ai sapori, vi portiamo alla scoperta di due piatti che rappresentano l’essenza stessa della cucina marinara e portuale di Genova: la buridda di seppie e lo stoccafisso alla genovese.
Non stiamo parlando di ricette da alta ristorazione o di piatti nati per stupire le corti nobiliari. Stiamo parlando di cibo vero, di sostanza, nato per sfamare i camalli (gli storici scaricatori di porto), i marinai di ritorno da lunghi viaggi e le famiglie dei pescatori. Sono piatti che richiedono tempo, pazienza e un profondo rispetto per la materia prima. Assaggiarli significa leggere un capitolo fondamentale della guida della nostra città, comprendendo come i genovesi abbiano saputo trasformare ingredienti poveri o di conservazione in capolavori di gusto e consistenza.
Il profumo del porto antico e l’anima marinara di Genova
Per comprendere appieno la buridda e lo stoccafisso, dovete prima immergervi nel contesto in cui sono nati. Genova, “La Superba”, è sempre stata un crocevia di popoli, merci e culture. Le galee genovesi solcavano il Mediterraneo e si spingevano oltre le Colonne d’Ercole, fino al Mare del Nord. I marinai partivano per mesi, portando con sé gallette del marinaio, acciughe sotto sale e, più tardi, pesci essiccati. Al loro ritorno, i caruggi a ridosso del porto si animavano di mercati brulicanti, dove i profumi delle spezie orientali si mescolavano al pescato fresco del Mar Ligure.
Le osterie del porto e le antiche “sciamadde” (le fiammate, i locali dove si cuocevano farinate e torte salate nei forni a legna) erano il rifugio di chi lavorava duramente. Qui non si cercava la raffinatezza, ma il calore e l’energia. La cucina di mare genovese nasce in questi ambienti fumosi e chiassosi. È una cucina di “recupero” e di sapienza: nulla veniva sprecato. I pesci meno nobili, i molluschi tenaci o il pesce conservato diventavano i protagonisti di cotture lente e prolungate, capaci di ammorbidire le carni e concentrare i sapori.
In questo scenario, la buridda e lo stoccafisso emergono come due facce della stessa medaglia: la prima esalta il pescato locale, i frutti del nostro mare, mentre il secondo racconta l’incredibile capacità genovese di adottare un prodotto straniero e renderlo indissolubilmente proprio. Entrambi i piatti condividono una base comune, un imprinting ligure inconfondibile: l’uso sapiente dell’olio extravergine, l’aggiunta di pinoli per dare rotondità e il tocco sapido delle olive, spesso le piccole e preziose olive taggiasche del Ponente.
La Buridda di Seppie: il mare in un tegame di coccio
La parola “buridda” evoca immediatamente nella mente di un genovese il rassicurante borbottio di un sugo che cuoce a fuoco lentissimo. Più che una singola ricetta, la buridda è una tecnica, una filosofia di preparazione che si applica a diverse tipologie di pesce (stoccafisso, palombo, grongo), ma che trova la sua massima espressione, la sua forma più amata e diffusa, nella versione con le seppie.

Foto: Alessio Sbarbaro, Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0)
Le origini del nome e del piatto
L’etimologia del termine è affascinante e ci racconta molto dei legami mediterranei di Genova. Molti studiosi ritengono che derivi dall’arabo buridha, che indicava un pesce tagliato a piccoli pezzi. Altri la collegano al provenzale bourride, una zuppa di pesce bianca tipica del sud della Francia. Qualunque sia la sua vera radice linguistica, la buridda genovese ha assunto nei secoli un’identità autonoma e fortissima.
“Vivanda di pesce tagliato a pezzetti e cucinato con olio, aglio, prezzemolo, e talvolta con pinoli, funghi e altro.”
— Giovanni Casaccia, Dizionario Genovese-Italiano, 1851
Questa definizione ottocentesca, precisa e puntuale, fotografa perfettamente l’essenza del piatto. La buridda non è una zuppa liquida, ma un intingolo denso, ricco, dove gli ingredienti si fondono in un abbraccio cremoso, ideale per essere raccolto da generose fette di pane casereccio abbrustolito.
La ricetta autentica: pazienza, pinoli e olive
Preparare una vera buridda di seppie richiede tempo e devozione. Le protagoniste sono le seppie fresche, possibilmente del Mar Ligure, che devono essere pulite con cura e tagliate a listarelle o a tocchetti regolari. Il segreto di una buridda perfetta risiede nel soffritto iniziale: un trito finissimo di cipolla, aglio, carota e sedano (anche se le versioni più antiche usavano solo aglio e cipolla), fatto appassire dolcemente in abbondante olio extravergine d’oliva. Non deve friggere, deve “sudare”, rilasciando i suoi aromi senza bruciare.
Quando il trito è biondo e profumato, si aggiungono le seppie. È il momento di alzare leggermente la fiamma per farle insaporire, prima di sfumare con un buon bicchiere di vino bianco secco ligure, come un Vermentino o un Pigato. Una volta evaporato l’alcol, si aggiungono i pomodori (pelati o passata, a seconda delle preferenze familiari, ma sempre in quantità misurata per non sovrastare il pesce) e si abbassa la fiamma al minimo. Da questo momento, il tegame — rigorosamente di coccio, per mantenere una temperatura costante e dolce — diventa un piccolo mondo a sé.
A metà cottura entrano in scena i comprimari che rendono il piatto inequivocabilmente ligure: una manciata di pinoli, che apportano dolcezza e una leggera croccantezza, e le olive nere, preferibilmente taggiasche, che donano tocchi di sapidità amarognola. In alcune varianti si aggiungono anche piselli teneri o patate a tocchetti, che cuocendo si sfaldano leggermente, rendendo il sugo ancora più denso e vellutato. Dopo circa un’ora, o un’ora e mezza, a seconda della grandezza delle seppie, il miracolo è compiuto: le carni, inizialmente tenaci, diventano morbide e burrose, impregnate di tutti i sapori del mare e della terra.
Lo Stoccafisso alla Genovese: il nord Europa incontra il Mediterraneo
Se la buridda è figlia del nostro mare, lo stoccafisso è il risultato di una delle più affascinanti contaminazioni gastronomiche della storia europea. Come ha fatto un merluzzo pescato nei gelidi mari della Norvegia e seccato ai venti artici delle isole Lofoten a diventare il re incontrastato delle tavole genovesi? La risposta si trova, ancora una volta, sulle rotte commerciali.

Foto: Christoph Strässler, Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.0)
Un amore nato sulle rotte commerciali
La storia dell’arrivo dello stoccafisso in Italia è spesso legata alla figura del mercante veneziano Pietro Querini, naufragato alle Lofoten nel 1432. Tuttavia, furono i genovesi, abilissimi navigatori e commercianti, a intuire per primi il potenziale commerciale di questo prodotto. Durante i loro viaggi verso le Fiandre e il Nord Europa per vendere spezie, allume e tessuti preziosi, le galee genovesi avevano bisogno di un carico di ritorno che fosse economico, nutriente e, soprattutto, a lunghissima conservazione.
Il merluzzo essiccato (lo stoccafisso, dal norvegese stokkfisk, pesce bastone) era la soluzione perfetta. Non richiedeva sale (che all’epoca era costoso), pesava poco e durava all’infinito. Arrivato a Genova, questo pesce duro come la pietra trovò un’accoglienza trionfale. Divenne il cibo di magro per eccellenza, fondamentale durante i lunghi periodi di Quaresima imposti dalla Chiesa, e la proteina a buon mercato per le classi popolari e per i marinai.
Accomodato o in insalata: le declinazioni del “stocco”
A Genova, lo stoccafisso non si chiama mai baccalà (che è il merluzzo conservato sotto sale, anch’esso usato, ma con meno devozione). Si chiama affettuosamente “stocco”. Prima di poter essere cucinato, il pesce di legno deve subire un rito di purificazione e rinascita: l’ammollo. Per giorni, i tranci di stoccafisso vengono immersi in acqua fredda corrente, che deve essere cambiata frequentemente. Le carni si reidratano, si gonfiano, riacquistano colore e consistenza, perdendo il forte odore iniziale per sprigionare un profumo di mare profondo.
La preparazione più iconica è senza dubbio lo stoccafisso accomodato (o “stoccafisso in umido alla genovese”). La tecnica ricorda da vicino quella della buridda. Il pesce, tagliato a pezzi, viene rosolato in un trito di cipolla, aglio, sedano e carota. Anche qui, la triade ligure non manca mai: pinoli, olive taggiasche e olio extravergine. L’aggiunta dei pomodori crea il sugo, ma la vera magia avviene con l’inserimento delle patate tagliate a fette spesse o a grossi cubi. Le patate cuociono insieme al pesce, assorbendone i succhi e parte del sugo, diventando morbide e saporitissime, quasi più golose del pesce stesso.
Un’altra aggiunta preziosa, tipica dei giorni di festa, sono i funghi porcini secchi, precedentemente rinvenuti in acqua tiepida. Il sapore terroso e di sottobosco del fungo si sposa in modo sorprendente con la sapidità nordica del merluzzo, creando un equilibrio di sapori che è la quintessenza della cucina borghese genovese. Esiste anche una versione estiva, lo stoccafisso in insalata, dove il pesce lessato viene condito semplicemente con olio, limone, aglio, prezzemolo, patate lesse e olive, un inno alla freschezza.
Dove assaporare la vera cucina di mare a Genova
Se vi abbiamo fatto venire l’acquolina in bocca, sappiate che Genova offre ancora oggi molti luoghi dove assaggiare queste specialità preparate secondo i crismi della tradizione. Dimenticate i ristoranti per turisti con menu plastificati; cercate le osterie storiche, quelle nascoste nei vicoli o incastonate sotto i portici del porto.

Foto: patano, Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0)
Una tappa obbligata è l’Antica Osteria di Vico Palla, situata nell’omonimo vicolo a pochi passi dal Porto Antico. Questo locale storico, che richiama alla memoria il periodo d’oro in cui Genova era meta ambita di artisti e pittori fiamminghi — Van Dyck arrivò in città nel 1621 e ritrasse le grandi famiglie aristocratiche genovesi, dagli Spinola ai Brignole, alloggiando presso la casa dell’artista Cornelis de Wael nei pressi di via Garibaldi — è un tempio della cucina marinara. Qui, tra muri di pietra e un’atmosfera d’altri tempi, lo stoccafisso accomodato e la buridda vengono preparati con un rispetto religioso per la ricetta antica.
Spostandoci verso la zona di Prè, a ridosso della Commenda di San Giovanni di Pré, troviamo la Trattoria dell’Acciughetta. Nonostante sia un locale dall’anima giovane e vivace, la cucina è saldamente ancorata alla tradizione del territorio. Il loro approccio al pesce povero e alle ricette in umido è magistrale, offrendo un’esperienza autentica in un ambiente informale e accogliente.
Infine, per chi vuole respirare l’aria della Genova portuale più vera, quella dei camalli e delle gru, bisogna spingersi verso Sampierdarena, alla storica Osteria Marinara A’ Lanterna di Don Gallo. Situata in Via Milano 134r, a due passi dalla Lanterna — il celebre faro del porto — questa osteria fondata da Don Andrea Gallo nel 1981 come prima impresa sociale della Comunità di San Benedetto al Porto propone una cucina ligure, italiana ed europea con piatti di pesce di ottima qualità. È un luogo a fini sociali, impegnato nella formazione e nell’inserimento lavorativo, che mantiene l’accoglienza cordiale di altri tempi e un buon rapporto qualità-prezzo. È consigliato prenotare, poiché il locale è spesso frequentato e apprezzato anche per il suo significato comunitario.
Il consiglio dell’insider: la scarpetta e il vino giusto
Se volete gustare questi piatti come un vero genovese, ci sono due regole non scritte che dovete assolutamente rispettare. La prima riguarda il galateo a tavola: dimenticatelo. Quando mangiate una buridda o uno stoccafisso accomodato, il sugo che rimane nel piatto è considerato la parte migliore. Lasciarlo sarebbe un affronto al cuoco. Munitevi di una generosa fetta di pane casereccio, o meglio ancora, di un trancio di focaccia genovese non troppo salata, e procedete con una rigorosa, metodica e soddisfacente “scarpetta”. Raccogliete ogni singola goccia di quell’intingolo color ruggine.
La seconda regola riguarda l’abbinamento enologico. Dimenticate i vini rossi strutturati o gli Chardonnay barricati. Questi piatti, ricchi di olio e di sapori intensi ma delicati, chiamano i vini bianchi della nostra regione. Un Vermentino del Ponente Ligure, con le sue note fresche e sapide, è perfetto per sgrassare il palato. Se cercate qualcosa di leggermente più morbido e aromatico, un Pigato, con i suoi sentori di macchia mediterranea, esalterà la dolcezza dei pinoli e la sapidità delle olive. E per i puristi della collina genovese, un calice di Bianchetta Genovese della Val Polcevera, secco e schietto, è il matrimonio perfetto.
Genova vi aspetta a tavola
La cucina genovese è un racconto fatto di ingredienti semplici, di mare e di terra, di attese pazienti e di fuochi lenti. Assaggiare una buridda di seppie o uno stoccafisso alla genovese non significa semplicemente consumare un pasto, ma partecipare a un rito antico che si rinnova ogni giorno nelle cucine delle nostre case e nelle osterie dei nostri caruggi.
Se i profumi del porto e i racconti di questi piatti vi hanno incuriosito, vi invitiamo a vivere questa esperienza in prima persona. Potete prenotare ora il vostro soggiorno scegliendo tra le nostre dimore sparse nei quartieri più affascinanti della città. Svegliatevi al mattino con il profumo della focaccia appena sfornata, passeggiate tra i banchi del Mercato Orientale e, la sera, perdetevi nei vicoli alla ricerca della vostra osteria del cuore. Se Genova vi sta chiamando, noi siamo qui per accogliervi con calore, passione e, naturalmente, un posto a tavola sempre pronto.



