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Il Trabocco della Memoria: Come Pescavano i Nonni a Genova

Reti da posta, lampare e gozzi di legno: viaggio nelle tecniche di pesca tradizionale del golfo genovese e nei pochi luoghi dove il mestiere resiste ancora oggi.

27 Agosto 2026 · 9 min lettura
Reti da pesca stese ad asciugare al tramonto sul porto di Camogli
Luca Dea, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Alle cinque del mattino, quando il cielo sopra il Golfo di Genova è ancora indaco e il resto della città dorme, a Boccadasse qualche imbarcazione già rientra. Il motore tossisce piano, le reti gocciolano sul molo, e l’odore che sale non è quello dolciastro della salsedine da cartolina, ma qualcosa di più ruvido: gasolio, alghe marce, pesce fresco che sa ancora di mare aperto. È un odore che i genovesi di una certa età riconoscono a occhi chiusi, perché è l’odore del lavoro, non del turismo.

Genova non ha mai avuto un rapporto romantico con il mare. Lo ha avuto pratico, duro, quotidiano. Per secoli il mare è stato dispensa prima ancora che paesaggio, e i pescatori che uscivano dai piccoli approdi del golfo — Boccadasse, Vernazzola, Sturla, Quinto — non cercavano il tramonto perfetto per una fotografia, ma la triglia, l’acciuga, la seppia che avrebbero venduto o mangiato quella sera stessa. Oggi quel mestiere è quasi scomparso, eroso dalla pesca industriale e dalla burocrazia, ma le sue tracce sono ancora leggibili per chi sa dove guardare.

Le tecniche che il mare ligure ha insegnato

Il Mar Ligure non è generoso come altri mari italiani. È un mare stretto, profondo vicino a riva, con una piattaforma continentale quasi assente: a poche centinaia di metri dalla costa il fondale già precipita. Questa conformazione ha costretto per secoli i pescatori genovesi a inventare tecniche su misura, diverse da quelle usate nell’Adriatico o nel basso Tirreno.

La rete da posta era probabilmente la tecnica più diffusa lungo la costa genovese: una parete di rete verticale, ancorata sul fondo e tenuta a galla da sugheri, che veniva calata al tramonto e recuperata all’alba. Funzionava per intercettare il pesce che si muoveva di notte lungo la costa — spigole, saraghi, triglie di scoglio. Era un lavoro fatto di pazienza e di conoscenza minuziosa dei fondali: ogni pescatore sapeva esattamente dove calare la rete a seconda della stagione, della luna, della corrente.

Diversa la logica del palangaro, o “palamito” come si dice ancora da queste parti: una lenza madre lunga anche centinaia di metri, da cui pendevano decine di lenze secondarie con l’amo innescato. Si usava soprattutto per pescare specie di fondale come lo scorfano o la gallinella, e richiedeva ore di lavoro solo per preparare gli ami prima di uscire in mare. Le nasse, gabbie di vimini o di rete metallica costruite a mano, servivano invece per catturare crostacei e piccoli pesci di scoglio: si calavano vicino alle secche e si lasciavano lavorare per giorni.

La lampara e la notte delle acciughe

Ma se c’è un’immagine che racconta la pesca genovese meglio di ogni altra, è quella della lampara: le barche che uscivano al calare del buio con potenti lampade a carburo, poi a petrolio, infine elettriche, per attirare in superficie i banchi di acciughe e sardine. Il pesce azzurro è fototropico, attratto dalla luce, e i pescatori lo sapevano bene: illuminavano l’acqua, aspettavano che i banchi si addensassero, e calavano la rete a circuizione per chiuderli in una sacca.

Pescatori al lavoro di notte su una barca con la lampara accesa
La pesca notturna con la lampara, tecnica diffusa in tutto il Mediterraneo: la luce attirava in superficie i banchi di acciughe e sardine.

Ville de Canet-en-Roussillon, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons (ritaglio)

Era un lavoro di squadra e di notte, freddo e silenzioso, spezzato solo dal rumore del motore e dal tonfo della rete. L’acciuga del Mar Ligure, pescata così, era ed è diversa da quella industriale: più piccola, più saporita, la base di piatti che ancora oggi definiscono la cucina genovese, dalle acciughe ripiene al “bagnun”, la zuppa di pescatori a base di pomodoro e pane raffermo.

Gozzi e leudi: le barche che hanno fatto la storia del golfo

Nessuna tecnica di pesca avrebbe funzionato senza le imbarcazioni giuste, e il golfo genovese ne ha sviluppate di specifiche, adatte a un mare stretto e mosso. Il gozzo è l’imbarcazione simbolo della pesca costiera ligure: scafo tondeggiante, prua slanciata, costruito in legno con tecniche tramandate di padre in figlio nei piccoli cantieri artigianali sparsi lungo la costa. Robusto ma maneggevole, il gozzo poteva essere tirato in secco sulla spiaggia da un solo uomo con l’aiuto di rulli di legno, com’era necessario in borghi come Boccadasse dove non esisteva un vero porto.

Gozzo ligure in legno tirato in secco sulla ghiaia di Boccadasse
Un gozzo tirato in secco sulla ghiaia di Boccadasse: l’imbarcazione simbolo della pesca costiera ligure.

Mister No, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons (ritaglio)

Il leudo, invece, era una barca più grande, con vela al terzo, usata non tanto per la pesca quanto per il trasporto merci lungo la costa — calce, laterizi, prodotti agricoli — ma nei borghi di pescatori veniva talvolta impiegato anche per la pesca d’altura, quando le battute si allontanavano di più dalla riva. Vederne uno oggi, restaurato, ormeggiato nel Porto Antico, dà la misura di quanto lavoro manuale e quanta competenza marinara richiedesse semplicemente uscire in mare, prima che i motori diesel rendessero tutto più semplice e più anonimo.

Il calendario del pescatore: stagioni e specie

La pesca tradizionale genovese seguiva un calendario preciso, scandito non dal mercato ma dalla biologia del mare. Le acciughe si pescavano soprattutto tra la primavera e l’estate, quando i banchi risalgono verso la superficie per la riproduzione. Le seppie, con la loro carne compatta e l’inchiostro prezioso per risotti e paste, si catturavano soprattutto in primavera, quando si avvicinano alla costa per deporre le uova su fondali bassi ricchi di posidonia.

Le triglie di scoglio, pregiate e dal sapore intenso perché si nutrono di piccoli invertebrati bentonici, erano pesce da rete da posta o da nassa, presenti tutto l’anno ma più abbondanti in autunno. Le spigole, predatrici solitarie e diffidenti, richiedevano la pazienza della lenza o della rete calata nei punti giusti, spesso vicino alle foci dei torrenti dove l’acqua dolce si mescola a quella salata attirando piccoli pesci di cui si nutrono.

Questo ritmo stagionale non era solo tecnica: era cultura. Ogni famiglia di pescatori sapeva quando “cambiare rete”, quando smettere di uscire per il maltempo, quando invece rischiare una notte di libeccio per non perdere il banco di acciughe segnalato da un compagno.

I pescatori che restano

Oggi, lungo tutta la costa genovese, i pescatori professionisti rimasti si contano sulle dita di poche mani. La pesca industriale, le normative europee sulle quote, il costo del carburante e la concorrenza dei grandi mercati ittici hanno reso quasi impossibile vivere solo di pesca artigianale. Chi resiste lo fa spesso per passione più che per necessità economica, portando avanti un mestiere appreso da padri e nonni.

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Borgo marinaro · Boccadasse
Boccadasse, Genova
Sempre accessibile
Gratuito
Antico borgo di pescatori con spiaggia di ciottoli, barche colorate e case affacciate sul mare. Meglio visitarlo la mattina presto per coglierne l'atmosfera autentica.
Il borgo di pescatori di Boccadasse all'alba con le barche tirate in secco
Boccadasse, nel Municipio VIII Levante: qui la pesca artigianale resiste ancora, seppure ridotta a poche imbarcazioni.

Abldecn, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

A Boccadasse, borgo di pescatori nel cuore del Municipio VIII Levante, qualche barca esce ancora all’alba, soprattutto nei mesi più miti. Non aspettatevi la scena di un tempo, con dozzine di gozzi tirati in secco sulla ghiaia: oggi sono rimaste poche imbarcazioni, ma la scena, per chi la incontra per caso passeggiando presto al mattino, resta autentica, non ricostruita per i turisti.

Quell’universo di pescatori e marinai genovesi — le osterie del porto, il pesce, il vino, la fatica e la solidarietà di chi viveva di mare — è lo stesso raccontato da Fabrizio De André in Crêuza de mä, l’album del 1984 realizzato con Mauro Pagani e interamente cantato in genovese, il dialetto ligure che De André scelse per la sua ricchezza di vocaboli di origine araba, turca, spagnola e francese, retaggio degli antichi traffici mercantili della città.

Ascoltarlo camminando lungo il porto antico, con il rumore dei gabbiani e l’acqua che sciaborda contro le banchine, restituisce un pezzo di quell’anima genovese che il mestiere della pesca ha contribuito a formare.

Dove vedere ancora il mestiere, tra musei e testimonianze vive

Per chi vuole capire davvero cosa significasse la pesca a Genova prima dell’era industriale, il punto di partenza è il Galata Museo del Mare, nel Porto Antico: le sale dedicate alla marineria raccontano non solo le grandi rotte commerciali genovesi, ma anche gli strumenti e le imbarcazioni della piccola pesca costiera, con modelli di gozzi e attrezzature originali.

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Museo / Attrazione · Porto Antico
Calata de Mari 1, Genova
Consultare il sito ufficiale per gli orari aggiornati
Biglietto intero a partire da circa 18 euro
Il più grande museo marittimo del Mediterraneo, con sezioni dedicate alla marineria genovese, alla piccola pesca e alle grandi rotte commerciali.
Barca da pesca tradizionale in legno esposta al Galata Museo del Mare
Una barca da lavoro in legno esposta al Galata Museo del Mare: la memoria della piccola marineria costiera.

ElisabettaCastellano, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Più informale ma non meno autentica è la testimonianza che si respira a Boccadasse stesso: le reti stese ad asciugare sui muretti, le barche colorate tirate in secco, i pescatori che ancora oggi riparano le nasse seduti su una panca al sole. Non è uno spettacolo organizzato, è vita quotidiana che continua, seppure ridotta a poche unità rispetto a cinquant’anni fa.

Anche il mercato del pesce, nelle prime ore del mattino nei pressi del porto, resta un luogo dove osservare — a debita distanza e senza intralciare il lavoro — la contrattazione tra pescatori e commercianti, un rituale fatto di gesti rapidi e di un linguaggio tecnico che i genovesi di mare ancora usano con naturalezza.

Il mare dei genovesi, oggi

Per la maggior parte dei genovesi il rapporto con la pesca non è più professionale ma resta comunque personale. C’è chi il sabato mattina esce con la canna da riva sulla passeggiata Anita Garibaldi a Nervi, chi tiene ancora un piccolo gozzo a Sturla e lo usa per qualche battuta di pesca ricreativa nei weekend estivi, chi semplicemente compra il pesce direttamente dal pescatore che conosce da una vita, saltando volentieri la pescheria.

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Passeggiata panoramica · Nervi
Nervi, Genova
Sempre accessibile
Gratuito
Passeggiata a picco sul mare molto amata dai genovesi, frequentata anche da chi pratica la pesca ricreativa da riva.

È un rapporto che si è fatto più leggero, meno vitale in senso economico, ma non meno identitario. Il genovese resta orgoglioso di sapere riconoscere un’acciuga fresca dal colore delle branchie, di sapere pulire una seppia senza rovinare la sacca dell’inchiostro, di raccontare — magari esagerando un po’ — la pescata leggendaria di qualche zio scomparso. Sono piccoli gesti che tengono viva una cultura marinara che altrove si è persa più in fretta.

Consigli pratici per chi vuole avvicinarsi a questo mondo

Se volete assistere al rientro delle barche dei pescatori, l’orario giusto è molto presto, generalmente prima delle sette del mattino: a Boccadasse conviene arrivare quando il borgo è ancora silenzioso, prima dell’arrivo dei primi turisti. Il periodo migliore per vedere più attività è tra la primavera e l’inizio dell’estate, quando la pesca del pesce azzurro è più intensa.

Per approfondire la storia della marineria, il Galata Museo del Mare merita mezza giornata: conviene arrivare presto per evitare la folla nelle sale più interattive. Chi soggiorna nella zona del Porto Antico può raggiungerlo comodamente a piedi, integrando la visita con una passeggiata lungo le banchine dove sono ormeggiate imbarcazioni storiche.

Per chi invece preferisce l’atmosfera dei borghi, una passeggiata mattutina a Boccadasse, magari proseguendo verso Sturla e Vernazzola, offre uno spaccato più intimo e meno turistico della Genova marinara, lontano dai percorsi più battuti.

Un mestiere da custodire, non da rimpiangere

Raccontare la pesca tradizionale genovese non significa cedere alla nostalgia di un mondo scomparso, ma riconoscere che qualcosa di prezioso — una competenza, un rapporto diretto con il mare, un vocabolario intero fatto di nodi, correnti e stagioni — rischia di sparire senza lasciare traccia se nessuno lo racconta. I pochi pescatori rimasti lungo la costa genovese non sono figure folkloristiche: sono gli ultimi custodi di un sapere pratico che ha nutrito la città per secoli.

Chi visita Genova e si accontenta del lungomare da cartolina perde metà della storia. Il mare genovese va capito anche da questo lato più ruvido e meno fotogenico: le reti stese ad asciugare, l’odore di pesce fresco al mercato, il gozzo tirato in secco sulla ghiaia di Boccadasse. È un mare che si merita di essere vissuto da dentro, non solo ammirato da una terrazza.

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